martedì 29 luglio 2008

Hollywood, Vermont (2000) di David Mamet

David Mamet torna alla regia con questa piccola perla. Una commedia frizzante, leggera ma mai banale che racconta le vicissitudini di una troupe cinematografica che si stabilisce in un piccolo paesino del Vermont per terminare di girare il loro film, dopo alcuni problemi avuti nella location precedente.

Prevedibilmente le difficoltà si trasferiscono con loro, alimentate da star capricciose, fondi sempre più a secco, sceneggiatori col blocco dello scrittore, senza dimenticare le dinamiche innestate nella tranquilla vita paesana, che aumentano esponenzialmente l'entropia già enorme del progetto. Si sprecano riferimenti e frecciate a Hollywood e le sue schizofrenie, ma tutte queste attenzioni non sono che segno di un amore smisurato per la settima arte, e aumentano ancora di più il fascino dell'interessante e colorato carrozzone che è il mondo del cinema.



Un gigantesco Alec Baldwin nei panni del protagonista del film nel film, alcolizzato e con una predilezione per le minorenni, diverte con un interpretazione sopra le righe ma credibilissima, che non manca di suggerire come la gestazione di una pellicola non sia poi molto differente. William H. Macy dà vita ad un regista completamente fuori controllo, incapace di pensare ad altro che tenere assieme le assurde personalità che popolano il set. Il suo ultimo pensiero è la qualità del prodotto, basta che si esca con qualcosa (pure il titolo è sacrificabile), tanto il pubblico premierà non il valore ma i nomi coinvolti. Ogni mezzo è buono pur di sfornare il prodotto, e si può passare sopra la legge e la morale senza esitazione. Provate per un secondo ad inquadrare con questa formula tanti blockbuster che ci vengono proposti a catena, e poi fatemi sapere... Non è forse questo il mestiere più bello del mondo?



PS: Un plauso al titolo italiano, che come al solito si allontana dall'originale, ma per una volta riesce ad essere ispirato e attinente, e forse pure più azzeccato!

giovedì 17 luglio 2008

CineHaiku Vol. 2


L'incredibile Hulk (2008) di Louis Leterrier

Omone verde
pantalone viola. Norton ci prova
Ma Ferrigno su tutti.







Wanted (2008) di Timur Bekmambetov

Fight Club ispira
Coreografiche esplosioni motorizzate
Un headshot al tavolo 2.







The Kovak Box (2006) di Daniel Monzón

Idea geniale
Inciampa con grazia
Spento finale.

CineHaiku Vol. 1

Impegni, impegni ed ancora impegni mi tengono lontano dal blog, però il piacere di gustarmi qualche film non è mancato. Dato che il numero comincia ad essere troppo alto per permettermi di tornare in pari, do il via alla prima edizione della "Maratona CineHaiku", ovvero come cavarsela in fretta con stile. La scappatoia sarà di creare dei brevi haiku di commento ai film visti recentemente, così almeno il mio bisogno di completezza non avrà da ridire.


Fido (2006) di Andrew Currie

Zombie amico fedele
Prezioso collare del conformismo
Lavori alla Zomcom?







Machine Girl (2008) di Noboru Iguchi

Tette a trivella
Ghigliottina volante nella foresta
Era meglio Beatrix Kiddo







Right at your door (2006) di Chris Gorak

Una bomba su LA?
Quarantena. Che tensione, finchè dura
Sarà mica Bin Laden







I padroni della notte (2007) di James Gray

Due fratelli
Scontro epico fra titani
Il grigio esiste?








E venne il giorno (2008) di M. Night Shyamalan

Erba assassina
Cosa ti sei fumato Shyamalan?
Eri quello di Unbreakable.

lunedì 16 giugno 2008

Lucía y el sexo (2001) di Julio Medem

Una storia dalle mille sfaccettature come questa non poteva aver miglior narrazione di quella scelta dal talentuoso Julio Medem. Lo scrittore Lorenzo, le due donne della sua vita e il libro che sta scrivendo ispirato dagli avvenimenti che lo coinvolgono sono i motori di una labirintica trama che continuamente si fa e si disfa, si morde la coda, sembra tornare indietro ma procede, senza mai perdere lucidità e anzi dimostrando una coscienza del mezzo cinematografico ammirabile.
Il protagonista (come il regista) è creatore ma anche attore di una storia mossa dalla passione, amara ma fiabesca, in cui ogni immagine assume significato man mano che procede l'esposizione. Il sole, la luna, l'acqua, la buca nel terreno sono parte integrante di una personale mitologia del racconto, che gli permette di trascendere gli eventi e raccontare con semplicità sentimenti complessissimi, assoluti, toccando con delicatezza temi come il desiderio, l'immaginazione e l'amore.
Strepitosi tutti i protagonisti, che danno corpo e anima ad una visione artistica con pochi eguali, ricordando per l'abilità nella gestione della trama alcune opere del maestro Lynch. Le riprese subacquee restano indimenticabili per la sontuosità e l'abile uso delle luci, mentre l'uso del fuori campo in una scena chiave è di assoluta classe.

"Il bello di questo racconto è che a metà cadi in una buca. E torni all'inizio."

mercoledì 4 giugno 2008

Un uomo qualunque (He was a quiet man) (2007) di Frank A. Cappello

Farà anche ridere come nome, ma Frank A. Cappello è diventato un piccolo eroe per me. Scrive e dirige un film assolutamente indipendente, derivativo (come non ricordare Fight Club o Brazil) ma geniale, pieno di stile e idee. Non contento ne scrive le canzoni, con almeno un paio di song azzeccatissimi, e per finire sbirciando la board di imdb me lo trovo pure ad intervenire con interessanti commenti e nessuna autopromozione. Non si può che stimare una persona così, altro che!

Tornando alla pellicola, è la storia di un irriconoscibile Christian Slater nei panni di Bob Maconel, un impiegato tartassato da tutti che, nel giorno in cui decide di farla finita portando con se gli insopportabili colleghi, viene anticipato proprio da uno di questi che sceglie lo stesso giorno per impazzire, ma lo ferma freddandolo con la pistola portata per la strage, e diventa quindi un eroe. La sua vita cambia radicalmente, ma non tutto è come sembra...

Lascio da parte la trama per non rovinare la visione, ma non posso non parlare della perfetta atmosfera in bilico tra paranoia e quotidianità che inquieta per tutta la durata, lasciando un sottile fastidio di fondo anche nelle parti in cui sembra che le cose vadano bene. Non ci si scrolla mai di dosso la sensazione di essere l'impiegato Bob, sempre inappropriato e deriso, grazie alla grande interpretazione di Slater che, per la prima volta in un ruolo fuori dalla sua facciata hollywoodiana, con lo sguardo basso e gli appena visibili tic riesce perfettamente a creare uno sgradevole ma credibile uomo qualunque. La dinamica regia con le sue trovate mette questa performance ancora più in risalto: i repentini cambi d'inquadratura, i fuori fuoco quasi involontari, le deformazioni e le parti in prospettiva forzata creano un universo alieno appena riconoscibile, mentre i pochi (ed economici, ma perdonabili) effetti speciali ricordano che non servono budget assurdi per rendere credibile una scena.

L'incipit con la voce fuori campo e le sgranate immagini in bianco e nero resta comunque indimenticabile, soprattutto per i risvolti che assumerà dopo il tortuoso percorso del protagonista, alla fine del film. (vedi video)

martedì 3 giugno 2008

Persepolis (2007) di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi

A volte succede che un film riesca a raccontare la Storia, il passato e il presente, in modo così naturale e semplice da far dimenticare libri scolastici o noiose tirate da pseudo opinionisti. E se quelle volte riesce anche a divertire, commuovere e rapire, non si può che affermare che stiamo parlando di vera arte. Come è arte ogni minuto di questo piccola ma splendida perla, basata su una graphic novel molto influente, che riesce a non far sentire mai la pesante eredità (d'altronde l'autrice qui sceneggia con grazia la propria biografia).

La storia della piccola Marjane interpreta tutta la storia recente dell'Iran, dallo scià ai tempi moderni, senza mai avere la pretesa di voler giudicare processi storici mastodontici nella loro cieca ottusità, ma cercando solo di capire come siamo giunti a certe situazioni, e da dove nasca il distacco sempre più evidente fra l'occidentale e il medio oriente, riuscendo con leggerezza nella più difficile delle prove, quella di farci condividere le difficoltà di popolazioni che sembrano esistere solo perchè mostrate nei telegiornali, ma che ogni giorno soffrono e lottano contro realtà impensabili per noi cittadini Europei. In quei 90 minuti diventiamo iraniani anche noi, viviamo le stesse persecuzioni e ci indigniamo, piangiamo e ridiamo, mentre le bombe cadono, simili a quelle che cercano di zittire voci libere come quella della Satrapi, colpevoli solamente di cercare la verità.

Lo script così personale e forte diventa sublime grazie alla perfetta transizione dal medium cartaceo, e infatti c'e' solo stupore assistendo alle bellissime scene create direttamente dalle tavole originali. Gli sguardi degli stilizzati personaggi valgono mille parole, mentre alcune inquadrature sono il perfetto esempio di narrazione visuale, riuscendo a raccontare anche solo con pochi tratti profonde verità. Gli indimenticabili occhi curiosi di questa bambina sono forse una delle cose più sincere del cinema recente, secondi solo a quelli del critico bambino in Ratatouille.

venerdì 30 maggio 2008

[REC] (2007) di Jaume Balagueró

Sono anni che faccio propaganda a Balaguerò e finalmente qualcuno comincia ad accorgersi che questo regista ha delle qualità... L'esordio con Nameless mi aveva convinto, e Darkness pur con i suoi cliché non era da meno, ma questa pellicola racchiude tutto l'amore per il genere e un sano mestiere, messi a frutto nel rispetto degli insegnamenti di mille maestri che hanno scritto la storia dell'horror.

La storia degli inquilini di un condominio messo in quarantena dalle autorità senza nessuna spiegazione apparente viene raccontata con credibilità dagli operatori televisivi giunti per primi sul posto prima dell'isolamento. L'integrazione della presa diretta con telecamera a spalla convince nuovamente (dopo Diary of the Dead e meglio di Cloverfield) grazie all'adeguato espediente del dovere di cronaca, e dopo i primi minuti un po' forzati diventa talmente integrata nella fitta sequenza di incredibili eventi da sembrare l'unico modo per raccontare questa storia. Ed è una storia di fantasmi adattata ai tempi moderni, con influenze romeriane da Dawn of the dead e alcuni tocchi dall'oriente. Il tutto mischiato alla perfezione, con personalità e stile, ogni inquadratura ha il giusto aspetto di casualità ma si vede quanto ricercate sono alcune scelte, formidabili nel costruire l'impalcatura narrativa. La tensione non scende mai e ci sono almeno 3 scene da infarto puro (balzo sul divano garantito!). La sensazione di essere chiusi pure noi in quegli angusti corridoi non se ne va nemmeno dopo la drammatica fine. E come usa i bambini per certe scene lui...

PS: Purtroppo la versione italiana ospita uno dei peggiori doppiaggi degli ultimi tempi, soprattutto nei primi dieci minuti è assurdo per tono e mancanza di sincronia. Fortunatamente quando comincia l'azione dura non si nota più di tanto, ma fatevi il piacere di guardarvelo in spagnolo, che tanto si capisce tutto lo stesso.

martedì 27 maggio 2008

Bignami: Iron Man, Paranoid Park, Halloween

Dato che mi sono preso un po' indietro e difficilmente in questo periodo troverò il tempo di recuperare, ho deciso di fare un post bouillabaisse con i film incriminati. Partiamo subito.

Iron man (2008) di Jon Favreau

Cosa si poteva chiedere di più?
C'è l'armatura, perfetta nella sua possenza, c'è Robert Downey Jr. in uno dei suoi migliori ruoli, c'è la Paltrow finalmente a suo agio nei brillanti
panni della segretaria Pepper Pots, c'è un irriconoscibile Jeff Bridges perfetto cattivo, e alla fine dopo i titoli persino l'incredibile siparietto che lascia presagire altro...

I film basati sui supereroi spesso nascondono dietro l'allettante licenza l'opzione pacco, in quanto basta poco per passare dalla meraviglia di fronte ai beniamini portati sullo schermo al b-movie senza scampo. Per buttare via un soggetto interessante come Iron Man sarebbe bastato un attimo, mentre Favreau intelligentemente sceglie di lasciare campo aperto alla grande interpretazione del protagonista, che dosa perfettamente lo humor creando un personaggio cazzaro ma piacevole, sempre sopra le righe ma mai macchietta, tanto che ora sembra impossibile immaginare un Tony Stark diverso. E se mi arrischio a dire che siamo a livello del miglior Sam Raimi, non tiratemi le pietre...

Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant

La nuova opera del grande regista indipendente americano ipnotizza fin dall'inizio. Sceglie di raccontare una storia comune come solo lui sa fare, modellando la luce, i colori con una maestria forse unica nel panorama attuale, e trasformando un fatto centrale che potrebbe essere raccontato con poche frasi in uno straziante racconto di crescita adolescenziale, senza inutili moralismi ma implacabile specchio di una quotidianità che riesce a spaventare per la sua attinenza e spietata precisione. Non succede quasi nulla, ma il dramma è di assoluta potenza. E la scena che spezza in due il film, quella della presa di coscienza del giovane protagonista sotto la doccia, lascia senza parole per l'incredibile uso di luce e ombre nel creare una vera e propria odissea nelle profondità dell'animo umano. Possono essere accusati di essere solo virtuosismi, ma quanti riescono a smuovere come ancora sa fare Van Sant?
Il resto sono inutili critiche...



Halloween (2007) di Rob Zombie

Sembrava poter essere il film con cui Rob Zombie dava il colpo finale, ed invece dovremmo ancora aspettare un po'...

Un inizio magistrale che ci racconta l'infanzia di Michael Myers viene stemperato dalla seconda metà in cui, forse per timore nei confronti del materiale originale, il regista fa solamente il suo dovere, senza quel tocco che abbiamo imparato ad amare. Siamo sempre sopra la media dei tanti brutti film horror simili, ma le sue capacità sono tutt'altra cosa e dispiace vederle sprecate.
Sheri Moon Zombie nella sua bellezza all american mista schizofrenia resta indiscutibilmente una presenza magnetica, che da sola porta avanti la storia, e non dimentichiamo la piccola parte di Danny Trejo, che forse per la prima volta viene caratterizzato con dei sentimenti (!).

Promosso solo perché ti conosciamo, Rob!

venerdì 16 maggio 2008

Diary of the Dead (2007) di George A. Romero

Il vecchio George dà una rinfrescata alla franchigia con questo nuovo capitolo sugli zombie. E parte da una tecnica per lui nuova, la presa diretta alla Blair Witch, e anche se d'ora in avanti la telecamera a spalla sarà meglio evitarla (un po' inflazionata, vedi Cloverfield, Rec e compagnia bella), in questo film fa perfettamente il suo dovere. E infatti l'artificio della ripresa continua, che a volte puo' sembrare pretestuoso (come nel già citato film del mostro grosso... quello rischia la pelle e riprende a tutto spiano!), qui acquista tutt'altro valore grazie all'intelligente script, che pone come protagonisti una troupe cinematografica di studenti che sta girando un horror quando scoppia l'epidemia dei morti viventi. Gli stessi zombie, nella loro inesorabile lentezza, si prestano bene alle riprese, che in situazioni più drammatiche sembrerebbero fini a se stesse.

Gli attori non brillano, complici anche le studiate riprese fai da te, ma il continuo gioco di ammiccamenti, riferimenti e rimandi agli altri capitoli porta avanti senza problemi la pellicola. Ciò che colpisce di più è la nemmeno tanto velata critica alla società media dipendente, dal Grande Fratello ai telegiornali sensazionalistici, senza risparmiare la youtube generation; la sensazione che nulla sia reale se non ripreso in qualche modo dà alle drammatiche scene un gusto distante dalla fiction, e pone lo spettatore nello scomodo posto di giudice di eventi forse generati dal suo stesso voyerismo. Gli stessi protagonisti altro non sono che attori di un film all'interno del film, in un continuo scambio tra osservatori ed osservati che sbilancia e confonde.

Non ci troviamo di fronte al solito horror quindi, anche se non mancano i momenti gore, con almeno un paio di uccisioni notevoli, coadiuvati da sequenze d'azione fatte con mestiere, ma la cosa più agghiacciante resta la scena finale della tortura agli zombie, quasi un'ultima, impietosa analisi sociale: la desensibilizzazione nei confronti della morte e' forse il primo passo verso qualcosa di peggiore?

Gone Baby Gone (2007) di Ben Affleck

Si, avete letto bene il nome del regista, non e' un errore. Il mascellone più famoso di Hollywood esce allo scoperto e fa capire finalmente che non ha mai avuto nulla a che fare con il mestiere di attore, ed è stato finora in incognito per prepararsi alla sua carriera di regista. Ed è un regista con le palle. Al film d'esordio tira fuori una performance senza se e senza ma, un noir dei giorni nostri che porta i plumbei colori di un'insolita Boston al servizio di una storia che nasconde nella gretta quotidianità la sua carismatica forza narrativa.

Già dalla scelta dei protagonisti si nota la spinta nell'innovare il genere, infatti l'insolita coppia di fidanzati detective capitanata dall'altro Affleck convince senza appello, con almeno un paio di scene da manuale: lo scontro verbale che finisce a pistole spianate nel pub è convincente come pochi altri, mentre il suo discorso al trafficante nero è da infarto per la freddezza glaciale.
Non bastasse, a supporto ci sono fior fiore di professionisti che recitano alcuni dei loro migliori ruoli: Morgan Freeman è monumentale come capo della polizia, ed Ed Harris nei panni dell'ispettore dal passato oscuro è troppo bravo per non volergli bene nonostante il personaggio. Ma sopra tutti la quasi irriconoscibile Amy Ryan che, nei panni della madre della bambina scomparsa, nelle poche scene in cui appare non sbaglia una virgola, caratterizzando perfettamente una donna allo sbando, odiosissima ma preoccupantemente reale. Nomination all'Oscar meritatissima.

E ci sarebbero mille dettagli da ricordare, dalla crudissima scena della sparatoria nella casa del pedofilo fino allo straordinario cambio di direzione/ritmo a metà film, dall'agghiacciante scambio al lago artificiale fino al dialogo sul tetto, ma voglio solo soffermarmi sull'ultimo fotogramma, quello che mi e' rimasto dentro per giorni: la solitudine, l'amore, il futuro, la purezza, mescolate in una breve carrellata laterale, e poi i titoli di coda. Se non è cinema allo stato puro questo...

mercoledì 14 maggio 2008

Choses secrètes (2002) di Jean-Claude Brisseau

Una contorta e cupa favola moderna. Le due protagoniste passano dal lavoro in un night club alla scalata sociale, sole contro tutti, usando come armi la seduzione e l'imbroglio.
Approdate in una grande azienda come segretarie, si fanno strada a modo loro, e ci riescono. Determinate a sfruttare i sentimenti e le passioni altrui, non si fermano di fronte a nulla. Vedono le persone, sopratutto gli uomini, come pezzi di una scacchiera, manipolabili a proprio piacimento e perciò sacrificabili. Ma anche per loro arriva la resa dei conti, quando diventano vittime del proprio gioco...

Una sontuosa cinematografia tiene in piedi questa pellicola che a tratti convince (vedi la prima parte con l'iniziazione della più giovane, convincente racconto di formazione), e riesce ad inserire con gusto prolungate scene di sesso senza troppe censure, ma che perde un po' di forza nel prosieguo, tropo carico di metafore che ne appesantiscono la struttura.
Ma forse la cosa meno convincente è il protagonista maschile che, invece di catturare la scena e giustificare il suo ruolo cardine nei tragici eventi, resta nell'ombra delle due splendide attrici, senza dare mai l'impressione di valere ciò che richiederebbe l'intreccio narrativo. Inoltre dei rapporti con alcuni personaggi di secondo piano vengono un po' troppo semplificati, minando la credibilità di alcune scene. Ed è un peccato, perché la rappresentazione del marcio al di sotto della società perbenista è sottilmente inquietante, e il finale, pur ispirandosi un po' troppo a quello di Eyes Wide Shut, risulta molto ben calibrato.

PS: Ora che ci penso, l'accostamento al capolavoro finale di Kubrick mi porta ad ammettere che, anche con tutto i suoi difetti, Tom Cruise resta sempre un attore di assoluto valore, peccato solo per certe scelte artistiche.

domenica 11 maggio 2008

Teeth (2007) di Mitchell Lichtenstein

Ecco il famoso film della vagina dentata. Si, avete proprio letto bene, il film parla di una ragazza con questo piccolo problema. E riesce miracolosamente a restare serio per tutta la durata, portando in scena alcune delle più ataviche paure maschili con molta sottigliezza, nascondendo i molteplici strati di interpretazione sotto l'ambientazione da periferia bene, in cui l'unica nota stonata (quasi simpsoniana) e' la grigia centrale nucleare che domina la cittadina, e che con i suoi sbuffi di fumo segna il ritmo della narrazione.

Il tono tra l'humor nero e il dramma personale è funzionale, e riesce rendere interessante una storia che sembrava finita già nel racconto dell'exploit principale, riuscendo a costruirci intorno un piccolo mondo credibile (nei limiti) e dettagliato. Personaggi un po' sovra recitati come il fratello sbandato (ma chi non lo sarebbe diventato a vedersi morso un dito dalla vagina della sorella in giovane età?) o il dottore sono perdonabili, grazie alla forte carica personale messa dalla giovane Jess Weixler nel caratterizzare una teenager che cerca nella castità la risposta ai normali dubbi dell'adolescenza ma che nel suo caso risiedono in questioni più profonde, qui simbolizzate inequivocabilmente dalla dentata protagonista.

Menzione finale il discorso sul palco, perfetto nella visione distorta quasi da incubo e scandito dagli inquietanti cori simil-religiosi, ed efficace come poche altre scene nell'esprimere la confusione dell'attrice.

Death Sentence (2007) di James Wan

Guradatevi bene il poster perchè non c'è altro. Non ho parole per l'insulto che è stato questo film.
Mi dico: Saw ha fatto il suo, innovativo quanto basta e girato decentemente. Guardo il rating imdb e, pensando il genere sia simile, valuto il suo 6.9 come un ottimo voto (nota: alcuni horror veramente notevoli prendono sempre voti bassi in quel covo di mainstreamers, un 5 spesso infatti nasconde grandi opere) e commetto l'errore, il primo, di dargli un minimo credito da giustificare la visione. Comincia il film e via con il secondo, alias "crediamoci!": la prima mezz'ora abbondante è ottima, crea la giusta tensione che mi fa allarmare per ogni dettaglio fuori dalla norma, degli innocui fari nello specchietto retrovisore mi fanno pensare al peggior incidente, sono sull'orlo della poltrona; tutto perfetto quindi, l'atmosfera ideale per un pezzo forte che dovrebbe colpire duro.
Ed invece il caro Wan, pace all'anima sua, mi rovescia addosso una misto tra poliziesco fallito e un gangsta movie dei poveri, con finale featuring Kevin Bacon nei panni di Rambo. E non scherzo, proprio quell'attore là, non Steven Segal nè Van Damme, da perfetto ed innocuo cittadino si trasforma in macchina da guerra, e con armi di ogni tipo porta distruzione/morte ai delinquenti peggio caratterizzati degli ultimi tempi (quasi ti aspetti che i tatuaggi finti scoloriscano). Improbabile in ogni scena, dopo la metà finire la pellicola è stato solo dovere di cronaca, per vedere fino a che punto si può arrivare con un così bell'incipit. E vi assicuro che si arriva parecchio giù.
L'unica nota di merito la segna John Goodman in un'insolita, buffa e cruda caratterizzazione, ma per non sbagliare viene naturalmente inserito in modo talmente pretestuoso da risultare un mezzo McGuffin, non ci azzeccherebbe nulla se non per giustificare un altro paio di scene con armi armi ed armi. La sagra del proiettile, che nemmeno in Matrix ho visto tanti bozzoli.
Da evitare come la peste, quella nera.

venerdì 2 maggio 2008

Dorm Daze (2003) di David Hillenbrand e Scott Hillenbrand

A volte è bello anche pescare dei titoli a caso, magari solo perchè una singola recensione ti fa l'impressione giusta. E così mi sono ritrovato a vedere questo Dorm Daze, e ha meritato anche una recensione!
Poteva essere la solita boiata sulla scia di American Pie, una noia mortale da un'ora e mezza, invece i registi hanno avuto un'idea geniale: rispolverare il mai dimenticato stile teatrale della farsa e camuffarlo da teen movie. E parlo di ispirazione alta, shakespeariana direi, niente di meno, dato che ci sono gli stessi strumenti e le stesse dinamiche, che a loro volta non tradiscono le classiche radici greco-romane, a partire dal continuo ausilio dello scambio di identità come motore narrativo.

Il risultato è tanto anomalo quanto vincente, con una pellicola che non ho dubbi lascerà perplesso l'utente medio del genere (non che tale campione statistico meriti poi molto), ma che può dare soddisfazioni una volta abbandonati i pregiudizi. Non si può che ammirare il ritmo indiavolato, gli incastri assurdi ma precisi, i personaggi sopra le righe e i colpi di scena continui che dal primo minuto animano una storia senza capo nè coda, ma assolutamente godibile. E' tutto così millimetrico che non si può che ridere di gusto per i continui equivoci, fraintendimenti e guai, che funzionano bene ora come secoli fa, e si chiude un occhio di fronte a qualche personaggio meno lolloso, soprattutto se serve a introdurre scene ancora più al limite. E infatti almeno un paio di trovate sono geniali, e la sorpresa finale è talmente inaspettata da sembrare più appropriata ad un thriller che ad una commedia!
Dategli una possibilità, senza pregiudizi, e fatemi sapere.

mercoledì 30 aprile 2008

[Fiction] Dexter: Season one

Ho finito di vedere la prima season. E che spettacolo! Non perde un colpo, ogni puntata è riuscita ad entusiasmarmi senza distinzione. Il protagonista assolutamente perfetto, sempre in equilibrio tra il bene e il male, riesce a dipingere un personaggio fuori dalle righe come pochi altri della fiction moderna. Comprimari di gran classe, in primis la sorella, che messa in un altro contesto avrebbe rubato ogni scena. Ma ci sono anche i colleghi di Dexter, ognuno con la sua personalità ben definita e ai quali non si può non affezionarsi (Batista numero uno!).

Promosso su tutta la linea, passiamo alla seconda stagione, così mi gusto anche il doppiaggio originale, anche se devo dire che questa volta il lavoro fatto e' stato ottimo sia nella caratterizzazione che nel tono generale (a differenza di Heroes, che fraintende completamente in più di un'occasione).

domenica 27 aprile 2008

Walk Hard: The Dewey Cox Story (2007) di Jake Kasdan

Dimenticate per un momento Will Ferrel. Dimenticate le commedie volgari e sboccate solo per il gusto di esserlo. Dimenticate che il signor Apatow ha firmato Knocked Up (Molto incinta da noi, sigh). Dimenticate i noiosi film sui musicisti. E lasciatevi divertire da un John C. Reilly assolutamente FAN-TA-STI-CO, che nelle due ore di questa commedia/parodia riesce nella difficile impresa di essere migliore del materiale d'origine. Nella caratterizzazione del fittizio Dewey Cox troviamo ogni star mai portata sul grande schermo, da Jim Morrison a Ray Charles, da Elvis Presley a Johnny Cash, fino a tantissimi altri che vengono ricordati nelle loro note più memorabili (David Bowie, i Queen, Bob Dylan!).

Non c'è nessuna pretesa o tono di superiorità nel raccontare la sua storia, ed incredibilmente questa pellicola riesce ad essere IL Film sulla musica e i suoi protagonisti, forse perchè l'ironia è lo strumento migliore per riuscire ad inquadrare personalità così estreme ed estrarre dalle loro espressioni più famose un quadro d'insieme dell'artista come persona. Ed alla fine si fa fatica a credere che questo talentuoso Dewey Cox non sia che una finzione, quando lo immagineremmo lassù, che ci osserva sorridendo, a fianco del Re.

Nota: mi sono visto la versione unrated in lingua originale. Ho dato un occhio a quella passata nelle (poche) sale nostrane, e devo dire che, oltre a notevoli tagli (oltre la mezz'ora), l'adattamento per forza di cose fa perdere molto, quindi suggerisco assolutamente questa opzione. La scena dei Temptations da sola vale lo sforzo.

Flight of the Living Dead: Outbreak on a Plane (2007) di Scott Thomas

Questo filmettino merita senza dubbio più di un'occhiata. A prima vista potrebbe essere scambiato per un clone di Snake on a plane, con zombie al posto dei serpenti, ma informandomi scopro che lo script è stato prodotto molto prima, solamente la produzione ha avuto tempi più lunghi, tanto che le richieste dei pezzi di 747 per realizzare le scene spesso venivano confuse dagli uffici delle ditte specializzate, che spesso si trovavano a rispondere con "Ah, voi siete quelli dell'altro film!".

Ma mentre nell'altro abbiamo un'idea brillante (aereo! serpenti!) che porta avanti tutta la pellicola ma perde un po' di brio e si salva solamente per la carismatica presenza di Samuel L. Jackson, qui ci troviamo con un omaggio tout court alle pellicole post Romero che hanno scritto la storia del genere (con il maestro Fulci in testa). Ed è un omaggio fatto con grande mestiere, tant'è che la storia fila liscia dall'inizio alla fine, evitando l'errore comune di trasformarsi in squallida copia, ma anzi permettendosi in almeno due occasioni delle simpatiche riflessioni sul meccanismo dei film de paura: la scena del bagno, con tutta l'attenzione incentrata sulla tazza che sembra nascondere il prossimo pericolo ma con un ribaltamento a sorpresa, è da manuale nell'uso della camera e dei tempi, mentre quella dell'anziana zombie che sembra aver compromesso uno dei nostri eroi con un morso mi ha fatto morire ("She's gumming me to death!").

Come dimenticare poi il microcosmo che popola l'aereo, fatto certamente di stereotipi (la fidanzata traditrice, il delinquente scortato dall'agente federale, il vecchio cinese, il comandante all'ultimo volo prima della pensione, la suora!), ma tutti caratterizzati con il giusto tocco di classe e abbastanza credibilità da potercisi affezionare. E infatti la trama funziona, sfruttando l'ambiente chiuso nel migliore dei modi ed anzi superandone i limiti con delle trovate geniali, vedi il pavimento crollato che inghiotte le persone alla stregua della romeriana immagine dei morti viventi che si trascinano fuori dalle tombe. E sono particolari che rivelano la passione profusa nel progetto, che gli permette di lasciarsi alle spalle l'etichetta di film d'exploitation, superando senza dubbio l'altro in divertimento e coesione narrativa.

Chiudo con una nota di merito per la bellissima Kristen Kerr nel ruolo della hostess, che tira fuori una discreta interpretazione, conquistando fin dalla prima scena. Dopo la gavetta in varie fiction/produzioni minori (però appare brevemente anche in Inland Empire, interessante!) si dimostra pronta per ruoli più importanti.

domenica 20 aprile 2008

Juno (2007) di Jason Reitman

Film sottile questo Juno. Si fa piacere per tutti i motivi che non ti aspetteresti da una pellicola con tutto questo hype. Dispiace dirlo, ma a volte quello che precede l'uscita di un film a volte rischia di corromperne la visione. E questo vale per le polemiche (inutili e fuori luogo) quanto per le nomination, e l'oscar vinto in questo caso. Tutte queste cose assieme (e l'eventuale fauna da sala che avrebbe potuto aspettarmi al cinema) mi preoccupavano un po', ma visto che la versione originale, pronta da un pezzo, non riusciva a trovare posto nella mia programmazione, ho dovuto malavoglia optare per la nostra cara uscita doppiata.
Fortunatamente posso lamentarmi solamente di questo, infatti l'adattamento mi è sembrato assai stridente nei toni (troppo positivi?), soprattutto nelle parti che rendono il film un gioiellino, cioè quelle in perfetto equilibrio tra il melodramma e la commedia, dove si vede la vera bravura della lodata Diablo Cody, sceneggiatrice ex stripper (con manie di protagonismo sembra, ma come darle torto!) che avrà sicuramente una grande carriera davanti a sè, vista l'abilità dimostrata in quest. Infatti se in Thank You for Smoking tutte le lodi erano per il giovane Reitman e la sua frizzante direzione, qua capisce tutto e si mette un po' da parte, lasciando il campo ad uno script praticamente inattaccabile, che correva il solo rischio di essere sovra recitato. Ed entra in gioco il secondo miracolo, questa Ellen Page che ai più sembra essere spuntata dal nulla, ma che senza modestia tenevo d'occhio da tempo, dopo aver visto lo sconvolgente ed inedito in Italia Hard Candy, che mi aveva portato all'attenzione in tempi non sospetti la sua cristallina bravura.

L'attrice poco più che diciannovenne riesce nella difficile impresa di portare in scena tutti i tic, i pensieri e le insicurezza di un adolescente, senza mai risultare didascalica né bidimensionale. La vediamo su quello schermo e pensiamo che è proprio Juno, una ragazzina che cerca di affrontare come meglio le riesce una situazione difficile in cui si è ficcata. Non ci sono sottotesti moralistici o parallelismi sottili, e' puro e semplice cinema che parla di persone e fatti, ed è forse il miglior cinema indipendente degli ultimi tempi, se così si può chiamare senza offendere nessuno.
Perché del cinema indipendente ha sì le origini, ma riesce a staccarsi dagli stereotipi ormai pesanti fatti di famiglie problematiche (quella di Juno e' una famiglia che, per quanto non perfetta, piace allo spettatore senza mai ammiccare), società ostile (nel film la società offre varie possibilità alla neo mamma, a patto che lei sappia accettare la propria situazione per prima) e finali strappalacrime (per quanto questo non sia neppure un happy ending hollywoodiano badate!).
Una boccata d'aria, alla faccia di chi è riuscito a strumentalizzarlo senza pudore.

Hot Rod (2007) di Akiva Schaffer

L'ho scelto per una serata senza troppe pretese, ma alla fine si e' rivelato molto piu' che una delle solite commedie copia di copia di copia. Anzi, nella sua semplicità mi ha divertito più di tanti altri titoli molto pubblicizzati, come 40 anni vergine.

Il film segue le avventure di Rod Kimble, un auto proclamato stuntman, che punta al salto della vita, 15 bus di fila, per raccogliere soldi e salvare la vita al patrigno. La trama, per quanto divertente nel suo minimalismo, altro non è che un pretesto per riunire una sequela infinita di divertentissime gag che non sfigurerebbero al Saturday Night Live (dove infatti si e' formato il regista), e che grazie alla fantastica espressività del protagonista (ma anche ai bravissimi e sconosciuti comprimari) regge senza mai affanno tutta l'ora e mezza, per la curiosità di vedere fino a che punto arriva l'idiozia della storia. E non si resta delusi infatti: ci sono delle scene veramente memorabili, con frasi da classico istantaneo ("E' morto all'istante... il giorno dopo.") e sketch incredibili (come quello dell'animale spirito guida) che non mollano mai. Il tutto impreziosito da una perfetta ambientazione fine anni '80, che non manca di risvegliare qualche nostalgia, con i caratteristici colori, abiti ma soprattutto canzoni: ci sono gli Europe, e bisogna dire che calzano a pennello con l'epica sgangherata sempre presente, con dei tocchi di Morricone a rincarare la dose! Morricone+Europe avete letto bene!!! Ci vuole coraggio a mettere i biondi svedesi nella stessa frase col maestro Ennio, me ne rendo conto, e per questo mi tocca esagerare con gli esclamativi!

Per concludere non posso che consigliare questo piccolo film a cui non si può non voler bene, semplice e sincero, che ha come miglior qualità quella di riuscire a divertire senza mettere in piedi grandi ed elaborate scene madre, ma sorprende anche nel più breve scambio di battute, o con quell'espressione particolare da 2 secondi, ed è un traguardo di tutto rispetto per una commedia.

domenica 13 aprile 2008

Ichi the Killer (2001) di Takashi Miike

Ogni volta che penso di essere preparato ad affrontare un film di Miike devo ricredermi, questo ormai e' un dato di fatto! E' successo ultimamente già con Imprint e poi con Visitor Q, ma se ogni opera di questo geniale (o bizzarro?) regista mi stupirà allo stesso modo, devo preparami a molte sorprese, visto che ogni anno dirige anche decine di film, e gli sono accreditate su imdb un'ottantina di pellicole... ed ha 47 anni, quindi fate voi la media.
Lasciando da parte le curiosità statistiche, sono rimasto letteralmente con gli occhi sbarrati per tutta la visione. Ispirato dall'omonimo manga, racconta la storia di un mal assortito gruppo di yakuza presi in un sanguinoso vortice di vendetta. Può sembrare la classica ambientazione di molti film che ci arrivano dal Giapppone, ma il mondo surreale messo in scena è qualcosa di inedito.
Le vicende ruotano attorno a due killer: il primo fa parte di una banda criminale, mentre il secondo è un giovane con grosse turbe psichiche, capace delle più terribili altrocità, che viene utilizzato come un burattino dal deus ex machina della situazione, un Shinya Tsukamoto in cerca di vendetta nell'ambiente mafioso di Tokio, e che dà il via alla lunga serie di uccisioni/torture che seguirà. Sono i due poli magnetici di una violenza che guida ogni azione. Diversi nel percorso che li ha portati ad essere tali, ma identici nell'essere capaci di esprimersi solamente in rapporto alla sofferenza, sia data che subita. La loro esistenza gira intorno a questo fulcro, in un parossismo guidato dalla situazione che precipita di scena in scena, senza che possano aver modo di cambiare in nessun modo il loro destino. Uno fatto per portare il dolore, l'altro che gode nel riceverlo, le loro strade non possono che incrociarsi, nel peggiore dei modi.
L'analisi dei due personaggi e la loro antitesi da sole riescono a dare un ritratto moralmente dubbio ma di grande forza cinematografica che riesce a non perdersi mai nella narrazione, per quanto prolissa. Grazie all'uso continuo dell'eccesso e dell'humor nero andiamo oltre al banale film horror con ambientazione gangster, arrivando dritti ad una precisa critica, che non risparmia nulla alla società giapponese, sia questa la dipendenza dalla violenza (fisica ma soprattutto psicologica) o l'alienazione dei giovani, senza dimenticare la perdita d'identità della famiglia (tema affrontato più dettagliatamente proprio in Visitor Q). Violenza che diventa protagonista di ogni scena, stilizzata e sporca, ma che miracolosamente riesce, allo stesso tempo, a non essere mai gratuita. Per non parlare poi degli incredibili personaggi: basti pensare ai due poliziotti gemelli, talmente corrotti da rivelarsi peggiori dei banditi, o lo stesso killer in tutina da supereroe, ma tutti indistintamente acquisiscono plausibilità nello strano mondo creato dal film.
E sono riuscito a non parlare della scena della tortura.

domenica 6 aprile 2008

The Nines (2007) di John August

Pensavo di aver visto il lavoro di sceneggiatore sviscerato in ogni suo dettaglio nel notevole Il ladro di orchidee, ma qui siamo un passo avanti, metacinema allo stato puro.
John August, collaboratore fisso di Tim Burton (il mestiere si vede in ogni scena), se ne esce con il primo lungometraggio alla regia e parte con il botto. La trama e' una sorpresa dall'inizio alla fine, ma a grandi linee racconta in capitoli tre storie apparentemente separate ma la cui tematica unificante apparirà chiara solo nel finale. Mentre la prima parte e' girata in bilico fra commedia e thriller, utilizzando gli stilemi propri di molto cinema USA moderno ma con personalità, la seconda e' interamente ripresa dal punto di vista dell'operatore di camera in un reality che segue lo sceneggiatore di un serial in produzione (!!!!). A parole sembra complicato, ma su schermo viene resa benissimo la dicotomia tra il creatore (sceneggiatore) e il creato (serial), che a loro volta sono oggetto di un medium esterno, il reality, con notevoli implicazioni: per il creatore e' importante realizzare il serial, anche a costo di spiacevoli scelte che sono pero' positive per la realizzazione stessa dell'opera, mentre nell'ottica reality piu' le cose si complicano e precipitano tanto migliore e piu' godibile e' il prodotto. E non a caso il protagonista confessa di cominciare a confondere la realtà con suo script, sentendosi come osservato da sé stesso mentre vive la propria vita. Senza tralasciare il tema dell'identità, siamo di fronte a un trattato sull'essenza stessa della realtà e la sua percezione, con linguaggio cinematografico.
E quindi arriva la terza parte che, con stile da fiction televisiva (e qua ci ricolleghiamo alla stratificazione dei medium) stravolge e reinventa la storia in modo tanto inaspettato quanto soddisfacente, senza forzature e con il piacevole senso di circolarità delle migliori opere.
Non si dimentica facilmente la poliedrica interpretazione di Ryan Reynolds, che ora seguirò con piu' attenzione, e l'incredibile presenza di Melissa McCarthy, che illumina ogni scena col suo sorriso, mentre lascia senza fiato l'accompagnamento sonoro, soprattutto nella parte iniziale e quella conclusiva.
Ed ora cercate gli altri 9, dato che questo film lo e' di sicuro un bel 9.

Sublime (2007) di Tony Krantz

Strano film questo Sublime. Osservando il poster potrebbe sembrare il solito filmaccio sulla falsa riga dei torture-horror tanto di moda. Poi ci ficcano dentro pure una tetta vista da tre quarti (che -curiosamente- ho notato mancare dalla versione per certi mercati, e qui si capisce ancora meglio quello che sto per argomentare), segno che il reparto marketing ha svolto il suo compito di rubare qualche noleggio/acquisto a persone che poi resteranno chiaramente deluse da un DVD che non rispecchia cio' che e' sottinteso all'esterno. Fortunatamente evito di farmi sviare da simili trucchetti e quindi, seguendo impressioni positive pescate qua e la' nella navigazione quotidiana, mi sono accinto alla visione. E posso dire di non aver sprecato il mio tempo.
Senza voler troppo spolierare, data la natura particolare della trama, mi limito a dire che viene raccontata la storia del protagonista George, il quale deve sottoporsi ad una operazione di routine in ospedale, ma non tutto va per il verso giusto...
La storia principale e' intervallata da una serie di flashback che aiutano pian piano ad entrare negli eventi ed inquadrare meglio certe scene all'apparenza insensate, non senza tenere sempre sbilanciato lo spettatore con situazioni surreali, che potrebbero infastidire i meno pazienti (vd. nota iniziale sul marketing). Quelli che non hanno fretta vengono invece ricompensati da un'organizzazione narrativa sì derivativa (quello a Jacob's Ladder e' piu' che un omaggio), ma anche interessante e minuziosa, con una risoluzione che, pur nel suo essere qualcosa di gia' visto, non manca di avere cuore e stile (onore al regista e al direttore della fotografia per le riprese geometriche ma mai pretestuose né da videoclip).
Non si puo' nascondere che certe metafore sociali a volte troppo tirate e l'immaginario religioso un po' calcato (nonche' una scena di sesso gratuita, anche se di nuovo vedo lo zampino della produzione) appesantiscano la struttura, ma non abbastanza da penalizzare l'opera, che con coraggio riesce a restare in equilibrio tra horror, thriller e dramma senza per questo perdere le caratteristiche migliori di ognuno dei tre generi. E alla fine restano maggiormente nella memoria gli interessanti e articolati rapporti fra i credibili personaggi che non le comunque presenti scene sanguinose... e pensare che quasi lo scambiavo per Hostel dalla copertina!

giovedì 3 aprile 2008

Land of the Blind (2006) di Robert Edwards

Coraggioso esempio di distopia che, con intelligenza e senza essere troppo scontato, racconta la storia di mille rivoluzioni fallite, usando abilmente episodi storici come ispirazione e lasciando il resto ad una sapiente regia che coinvolge fin dalla prima scena.
Un Ralph Fiennes in grande forma regala una memorabile interpretazione, mentre Donald Sutherland nei panni del rivoluzionario intellettuale ruba la scena in ogni sua apparizione.
La narrazione acronologica ma mai eccessiva, un po' alla Memento (che ricorda anche per la fotografia particolarmente vivida e cruda) da' un ulteriore tocco di classe, e fa risaltare ancora di piu' le contraddizioni e i paradossi di un potere che sembra unicamente una forza in grado di corrompere ogni ideale o morale. E' una visione completamente pessimista e senza possibilita' di salvezza, che culmina nell'allucinato finale con il protagonista ormai alienato da ogni collegamento con la realta' che rinuncia anche alla propria identita', diventando un perfetto nessuno. Inquietante.

mercoledì 2 aprile 2008

Idiocracy (2006) di Mike Judge

Mike Judge, creatore di Beavis e Butthead, dopo il divertentissimo Office Space fa ancora centro con questo nuovo progetto. La storyboard e' tanto semplice quanto geniale: il governo seleziona statisticamente l'uomo medio e la donna media per un esperimento di ibernazione, ma per errore invece di essere risvegliati dopo un anno, si ritrovano 5 secoli nel futuro, in un continente americano completamente cambiato: infatti la popolazione, privata dei naturali predatori naturali, e' diventata talmente pigra e svogliata da perdere pian piano ogni traccia di intelligenza, fino a sfiorare l'idiozia.
Quindi ogni abitante vive in funzione della televisione, incollato alla poltrona e cibandosi solamente di junk food; l'aqua e' stata bandita ed esiste solo un integratore azzurrino, Brawndo:l'ammazza sete, talmente pubblicizzato e spinto dalla multinazionale produttrice da venir usato anche per l'irrigazione dei campi, con conseguenti estinzione della vegetazione e trasformazione in deserto di ampie parti del territorio. Che dire poi di grattacieli che si appoggiano e sostengono l'uno sull'altro per una progettazione errata, o del fatto che Il presidente degli Stati Uniti d'America sia un enorme wrestler nero di nome Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho?
Sfruttando i paradossi di un personaggio che all'improvviso si ritrova ad essere la persona piu' intelligente del pianeta, assistiamo ad una nerissima analisi dei vizi e difetti di un popolo, quello americano, che non e' poi cosi' lontano da noi come puo' sembrare. E quando incontriamo la scena del parlamento, popolato solo da individui che gridano e si attaccano l'un l'altro mentre il presidente governa il tutto da un palco quasi fosse uno circo, oppure ci accorgiamo dell'onnipresente pubblicita' che invade ogni spazio sui vestiti di tutta la popolazione, e lo confrontiamo con tante cose che si vedono nei nostri tempi, viene da chiedersi se stiamo veramente diventando tutti piu' stupidi senza accorgercene. E forse c'e' un po' meno da ridere di quello che credevamo.

domenica 30 marzo 2008

Paris, Je T'Aime (2006)

Divertissment di notevole fattura, con grandi nomi sia alla regia che come attori. Sono 18 piccoli minimetraggi che ripercorrono i quartieri di Parigi, senza nemmeno prendersi la briga di amalgamare le storie, ed e' questo il bello di tutta l'operazione. La leggerezza della narrazione e' adatta al formato scelto, anche se alcuni degli episodi vanno un po' piu' in profondita' del semplice esercizio stilistico.
Abbiamo in ordine sparso:

  • Alfonso Cuarón come da copione infila uno dei suoi piani sequenza, che sembra raccontare una storia di tradimento per poi ribaltare tutto con un divertente finale
  • Un simpatico siparietto con protagonisti dei mimi, dal regista del poco conosciuto ma bellissimo Appuntamento a Belleville
  • Gus Van Sant che non riesce a resistere senza mettere dei bei ragazzi nelle sue opere...
  • Tom Tykwer come con Lola continua a correre come un matto nelle sue cinetiche narrazioni, ma lascia il segno, grazie anche a una Natalie Portaman in parte. (ecco l'intero corto)
  • Wes Craven fa il suo dovere e porta a casa la pagnotta, ma senza troppo impegnarsi. Lo salva in corner oscar Wilde (!)
  • La Coixet, dopo l'indimenticabile La mia vita senza me, riparte dallo stesso spunto per analizzare un Sergio Castellitto in crisi matrimoniale. Forse un po' troppo derivativo, ma godibile.
  • Uno stupendo e appassionato omaggio di Vincenzo Natali al cinema muto, ma soprattutto ai film di vampiri, con ironia e stile (grandissimo l'uso del rosso, gustatevelo qui)
  • I fratelli Coen a ruota libera che con sottile humor nero prendono in giro l'atteggiamento del classico turista (americano?) che pende dalle guide, con uno sbattutissimo Buscemi.
  • Di contrasto l'ultima parte di Alexander Payne parte con una metanarrazione che sembra un'ancora piu' amara critica del turismo senza cervello che tanto va di moda a questi tempi, ma sorprende nel finale prendendo una piega altrettanto amara, ma melanconica e personale, concludendo in modo perfetto un film sempre in bilico fra i generi.

28 Settimane Dopo (2007) di Juan Carlos Fresnadillo

Il sequel del notevole "28 Giorni Dopo" poteva essere tante cose, tra cui un operazione commerciale, un'anonima uscita diretta in video, o un filmaccio di serie B, ed invece fortunatamente ci siamo trovati fra le mani proprio un bel film.
Il cambio alla regia, che poteva sembrare azzardato, fa bene al prodotto, che acquista freschezza fino a risultare originale quanto il predecessore. Se li' avevamo potuto ammirare le innovazioni formali sullo scheletro di zombie-movie classico (i morti viventi che corrono, l'insolita ambientazione rurale inglese, l'attenta analisi dei personaggi), qui veniamo sbattuti in una Londra post apocalittica molto affascinante, con una situazione che degenera sotto il controllo militare durante la ripopolazione della citta'. Ed e' questa citta' vuota, ripresa solamente da telecamere di sicurezza, ad offrire forse l'aspetto che piu' verra' ricordato, ma abbiamo anche una trama che non molla un secondo, scandita da scene memorabili ben collegate fra loro e che perde appena appena in un paio di scelte un po' forzate.
Godibilissimi quasi tutti i personaggi, e per una volta assistiamo a dei momenti che si staccano dal canone dell'eroe-che-si-sacrifica-sempre, con il protagonista che abbandona la moglie durante le concitate fasi dell'assalto alla fattoria dell'adrenalinica scena iniziale. Il dolore misto a rassegnazione nei suoi occhi vale quasi da solo la visione. Fossero tutti cosi' i seguiti!

PS: Notevole pure l'accompagnamento musicale di John Murphy, per il quale torno a lodare il post-rock, che nelle colonne sonore sembra aver trovato una interessante via di sviluppo!

sabato 29 marzo 2008

The Dudesons Movie (2007) di Jarno Laasala

Prendete 4 ragazzotti finlandesi che si fanno del male nei modi piu' incredibili, aggiungete un montaggio notevole e mischiate il tutto con gli strabilianti paesaggi artici, ed avrete i Dudesons.
Sulla scia di Cky, Jackass e Dirty Sanchez troviamo questo bizzarro quartetto europeo (cinque col maiale) che riesce a non far rimpiangere troppo Johnny Knoxville e compagni. Lo fanno con una produzione sincera e casalinga al 100% (infatti si auto producono), ma soprattutto grazie ad una regia e post produzione veramente ammirevoli, ad opera di uno dei quattro (Jarno). Infatti non si puo' che apprezzare come da un'idea originale che ormai mostra i suoi limiti si sia riusciti a mettere assieme piu' di un'ora di girato di alta qualita', con punte quasi liriche per scelta di colori e illuminazione: alcuni tagli d'inquadratura ma sopratutto gli stacchi con protagonista la natura hanno un forza tutta loro, e vedere impegnato Jarno in qualcosa di piu' serio potrebbe riservare delle sorprese.
E poi Jarppi, Jukka, Jarno e HP (!!) nella loro vita da eterni bambinoni in un'improbabile Dudesons Ranch hanno una presenza scenica non indifferente, che fa dimenticare i limiti di quello che ci raccontano. Cio' non toglie che l'attitudine da buffoni e l'esagerazione estrema come obiettivo possa non piacere a tutti, ma presi nella giusta maniera regalano senza dubbio un divertente passatempo e piu' di qualche sorriso.

giovedì 27 marzo 2008

Irina Palm (2007) di Sam Garbarski

Dignita'. La parola chiave di questo film e' dignita'. Come quella che la protagonista esprime in ogni inquadratura, senza mai sovraccaricare il personaggio, quasi sottovoce.
E' un film che idealmente poteva essere un disastro, ma inaspettatamente riesce a realizzarsi in tutte le direzioni che la trama offre. E che trama, oddio! Poteva essere la barzelletta degli sceneggiatori: una nonna per raccogliere i soldi necessari a curare il nipotino malato si improvvisa sex worker, e va a lavorare in un equivoco nightclub dove, in parole povere, fa le seghe agli uomini! Si esatto, proprio le seghe, da dietro un muro e attraverso un buco. E' proprio cosi' che lei lo spiega alle sue anziane amiche nella scena piu' memorabile, senza nessun giro di parole, facendo venire a galla in un attimo la loro ipocrisia perbenista, che pero' incredibilmente si trasforma in curiosita' e (azzardo!) quasi accettazione.
Quello in cui si muove la protagonista e' un mondo di squali, un mondo che non perdona e che non ha nulla da offrire a lei e alla sua famiglia, tutti destinati a soffrire per la loro situazione economica. E' lei per prima ad accorgersi amaramente di non valer nulla, la societa' non puo' darle lavoro, ma trova la forza di rialzare la testa e crederci. All'inizio non molto convinta, ma poi sempre piu' consapevole delle possibilita', si inventa una via di fuga, senza lasciar che la falsa morale comune fermi il suo coraggioso piano. Superato questo dilemma improvvisamente si trasforma, si sente di nuovo una persona viva e capisce che puo' farcela. Infatti diventa pure brava, guadagnandosi il nome d'arte che da' il titolo al film e diventando una grossa fonte di guadagno per il proprietario del locale, col quale nascera' un curioso rapporto di stima e comprensione, che riesce a ridare fiducia ad entrambi. Ma non c'e' mai accenno di buonismo in questa Londra truce e dolente, scandita con precisione nella sua ineluttabilità da un ipnotico post rock acustico, le cui chitarre taglienti restano dentro. E l'unica spinta per farcela non sembra nemmeno arrivare dalla famiglia, che travisa tutto e si dimostra ostile nonostante le legittime intenzioni , ma forse proprio da dentro se stessi, e magari nei posti dove meno ce lo si aspetta.

Martin (1977) di George A. Romero

Prima di Dawn of the Dead, Romero usci' con questo film abbastanza snobbato ai tempi, ma fortemente personale e importante nel suo percorso filmico. Con una troupe di appena 15 persone e un budget vicino allo zero, riesce a portare sullo schermo un'opera di assoluta dignita' e valore, che fa presagire i futuri blockbuster, e che presenta per la prima volta una collaborazione con il grande esperto di effetti speciali Tom Savini, sua spalla fissa nelle successive regie.
Nato su pellicola in bianco e nero e poi montato a colori e con molte riduzioni nella versione che e' possibile ora vedere in DVD, racconta la storia di un ragazzo che si trasferisce a vivere da suo zio. Secondo la leggenda di famiglia, Martin e' portatore di una forma di vampirismo. Questa condizione lo spinge ad una incessante ricerca di sangue umano, che tenta di procurarsi con l'ingegno piu' che con la violenza, alla quale ricorre solo nei casi estremi. La sua fame e' differente da quella vista in altri film che trattano di vampiri, sembra maggiormente simile ad una condizione mentale che ad una malattia, anzi la vera marcia in piu' e' data dalla continua incertezza sulla vera origine di questo topos filmico, mai analizzato cosi' bene nelle sue implicazioni sociali e psicologiche.
Abbiamo Martin che affronta la dura convivenza famigliare derivante dal fanatismo religioso dello zio (a base di croci e acqua santa, che naturalmente non sortiscono gli effetti previsti); oppure lo osserviamo incuriositi diventare il giovane amante di una vicina di casa insoddisfatta della sua vita banale, il tutto mentre racconta per telefono ad un DJ della radio le sue incredibili storie, diventando quasi una leggenda metropolitana per gli ascolatori. Fa da sfondo un fatiscente sobborgo, pregno di malinconia e quasi simbolo di un sogno americano crollato e ormai solo lontana memoria.
Tutte queste vicende formano il giovane, schiacciato sempre di piu' tra il bisogno (psicologico o fisico?) di sangue e la necessita', dettata dalla societa', di conformismo, ma non gli fanno perdere la forza di continuare a portar avanti la sua vita, per quanto complicata sia. Non si riesce a trovarlo cattivo, sembra solo un ragazzo confuso che prova a superare l'adolescenza con meno danni possibili. Ed e' difficile non fare il tifo per lui, rovesciando il modello del diverso come mostro incomprensibile. Ma il dubbio che resta dopo la visione e' se Martin sia veramente cosi' diverso...

sabato 22 marzo 2008

Ratatouille (2007) di Brad Bird

E' bello riuscire a essere cosi' freschi, cosi' innovativi e cosi' divertenti, e pure emozionare. In un film di animazione. Ma non tutti possono riuscire a farsi comprare dalla Disney e avere ancora il coraggio (supportato dalla qualità assoluta) di mantenere la propria identità artistica senza nessun cedimento. E infatti non tutti si chiamano Pixar.
E' incredibile, sulla carta questo progetto era il piu' rischioso affrontato finora. Non ci sono animali pucciosi, giocattoli antropomorfi o al limite macchine umanizzate, ma dei TOPI. Si, proprio dei fottuti topi, quei simpatici animaletti rinomati per le igieniche frequentazioni e le noie che creano alle abitazioni, e che spesso non fanno gridare di gioia il gentil sesso! E l'argomento principale del film, la cucina, a chi poteva interessare? Non ci si poteva credere. Ma fortunatamente questi artisti ci hanno creduto, e fino in fondo, tirando fuori forse la loro miglior opera. La trama che in altre mani sarebbe stata materiale per un misero direct-to-video qui diventa epitome di Cinema con la maiuscola. Ci sono alcuni sviluppi lasciati un po' per conto loro, ma la fluidita' della narrazione li fa diventare dei piccoli diamanti che impreziosiscono il piatto principale. E che piatto: riguardo la qualita' delle animazioni non serve neppure piu' parlare, ma che dire dell'uso assolutamente strepitoso dei movimenti di camera che fa impallidire qualsiasi produzione, a prescindere dal settore? O dei personaggi divertenti, mai macchiette ma anzi con sentimenti e piccoli tic che li rendono vivissimi? Senza dimenticare i topi, protagonisti assoluti di un microcosmo colorato e paragonabile per bellezza alla Parigi che ospita la storia. Una storia che conquista fin dalla prima scena (la citazione di Il buono il brutto il cattivo con il fermo immagine di Remy che scappa e' fantastica) e regge ogni minuto della pellicola, risolve tutto in anticipo, facendo scomparire i ritriti finali che tirano le somme quasi per dovere, e chiude deliziandoci con un siparietto imperniato sulla figura del critico, che riesce a commuoversi e riscoprire il piacere del cibo dopo una carriera dedita alle recensioni-stroncatura... Al che non si puo' che sorridere pensando a questi geni che hanno lottato per portare avanti la loro visione pura, in un mercato che vede questi film unicamente come trappole-acchiappa-soldi-senz'anima, nei quali basta inserire un contentino/parodia/canzone anni '80 stile "ehi, cioe' hai visto", che solo gli adulti possono cogliere per far gridare alla sottigliezza del nuovo capolavoro. Quindi ad ognuno il suo posto, e il posto per Ratatouille e' tra i film (non cartoni) di assoluta serie A.

sabato 1 marzo 2008

Non e' un paese per vecchi (2007) di Ethan Coen e Joel Coen

Un deserto infinito che fa da sfondo con la sua cruda sincerità alle storie di 3 uomini diversi tra loro, ma con molte piu' cose in comune di quelle che si possono notare dalla semplice sinossi del film.
Sono 3 rappresentazioni, ognuna epica a modo suo, di un mondo in declino, forgiato nel duro west americano, quella frontiera vista in mille film ma sempre misteriosa pur nella sua quotidianità. Cio' che li anima è nascosto e sfuggente, ma la volontà che mettono in ogni azione e' pura e inattaccabile. Non degli eroi in nessuna accezione, ma determinati a portare avanti la loro individualità con implacabile determinazione. Per assurdo non sono molto lontani dalle figure orientali del samurai come rappresentazione del dovere assoluto, o meglio ancora speculari dei leggendari ronin senza padrone, pistole al posto di spade.
E poi c'e' tutto il resto:la trama semplice ma eseguita con precisione chirurgica, le location inquadrate con tagli geometrici che lasciano senza fiato, l'humor nero sempre pronto ad entrare in scena, i dialoghi da citazione istantanea, e i capelli di Bardem. La visione non puo' prescindere dalla scelta dell'acconciatura del killer, che caratterizza piu' di mille frasi un personaggio che resta sotto la pelle a lungo. Quasi quanto il rumore della pistola ad aria compressa. Chiudo ricordando l'altra perla: poche volte ho visto il nodo principale di un film svelarsi in modo cosi' sommesso, anticlimatico e spiazzante, quasi a ricordare come la vita vera abbia poco a che spartire con la pellicola.

domenica 24 febbraio 2008

Battle Royale (2000) di Kinji Fukasaku

Oggi ho finalmente trovato l'occasione di guardare un film che aveva suscitato il mio interesse un bel po' di tempo fa. E' tanto che l'ho da parte, e cosi' mi sono gustato direttamente la Director's Cut.
Geniale l'idea e geniale la messa in scena: il governo giapponese, esasperato dalla gioventu' incontrollabile, inventa un terribile gioco di sopravvivenza in cui una classe di adolescenti (selezionata casualmente) viene portata su un'isola disabitata e lasciata la' per tre giorni ad uccidersi, tempo entro il quale deve restare un unico sopravvissuto, pena la morte di tutti i rimasti.
La trama, che poteva essere un pretesto per uno splatter/horror fatto solo di un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, si eleva e riesce ad essere un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, ma che vince nel dare quel qualcosa in piu', che trasforma il film in classico istantaneo. Le scenette d'amore fuori luogo solo all'apparenza mentre la gente muore ovunque, l'elenco aggiornato delle morti con tanto di matricola e giocatori restanti, l'interessante elemento casuale dell'arma assegnata ad ognuno, i campi lunghi con i soldati messi come giocattoli... tutto si amalgama nel creare un'atmosfera che sbilancia, essendo plausibile e surreale allo stesso tempo. Si vedono relazioni nascere e crollare come si potrebbe assistere ogni giorno osservando dei gruppi di ragazzi, ma tutto ingrandito dalla lente della morte sempre incombente. La sopravvivenza porta all'esasperazione le situazioni, elimina l'ipocrisia della vita moderna con una semplicita' terribilmente spietata. E il labirinto di amicizie, odi, amori degli studenti protagonisti (e dei giovani in generale) e' quanto di piu' incomprensibile possa esistere per l'adulto. Il maestro Kitano, interpretato da un favoloso Takeshi Kitano, fa quasi pena nel suo tentatvio di comprensione. Anche messo di fronte alla linearita' creata dalla situazione, non riesce ad avvicinarsi al pensiero di questi giovani, e resta un alieno che arranca alla cieca in un mondo per lui incomprensibile, vittima quasi piu' che carnefice, prima dipinto come persona di potere ma poi trattato come un idiota perfino al telefono da sua figlia. E arrivato alla fine, confuso, chiude il film con una frase che mi ha gelato nel suo totale tono di sconfitta: "Cosa pensi che dovrebbe dire un adulto ad un ragazzo ora?"

La habitación del niño (2006) di Álex de la Iglesia

Questa pellicola fa parte della serie televisiva spagnola Peliculas para no dormir, che similmente a Master of Horror si propone come terreno per produzioni di valore ma con budget piu' modesto (che, attenzione, non significa meno belle!). E questo episodio e' affidato ad uno dei registi che seguo sempre con attenzione, fin dai tempi del cultissimo Azione Mutante, passando per El dia de la Bestia e La Comunidad.
E fortunatamente anche in questo format non viene perso il corpus del suo stile. Ci troviamo infatti davanti un film derivativo, ma con intelligenza. Ispirandosi senza nascondersi a classici come Shining, Rosemary's Baby o le prime opere di Argento, riesce con abilita' a raccontare una storia che intriga da subito e non ti lascia fino alla fine. Il caratteristico umorismo nero del regista e' presente in ogni scena e aiuta a non appesantire il tono del racconto, che altrimenti poteva diventare troppo auto compiacente, ma invece permette di integrare perfettamente tutte le molteplici ispirazioni. E la sagacia dell'operazione non finisce qui: infatti inserendo nella narrazione elementi tipici della fantascienza in un contesto da storia di fantasmi (ad esempio l'introduzione delle teorie derivate dalla fisica quantistica), allarga ancora di piu' l'appeal di un prodotto gia' ottimo. Forza Alex, aspetto il prossimo!

Inside (A L'Interieur) (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury

Domenica dedicata all'horror, e parto con questo recente film francese. Ne avevo letto abbastanza bene in giro e allora me lo sono accattato con i sottotitoli.
Prendete il classico tema dell'assedio casalingo ad opera dello psicopatico di turno e mischiatelo con la new wave francese da Alta tensione in poi e potrete avvicinarvi a quello che vi aspetta.
I suoi punti di forza sono la buona interpretazione delle due protagoniste (le due facce della stessa medaglia) e l'atmosfera di pericolo incombente, sempre presente anche nei momenti di transizione; infatti per tutta la durata sono stato attanagliato da una sensazione di malessere che e' il cuore di questi film, ma che purtroppo altrove viene trascurata, puntando solo all'aspetto piu' grafico (e quindi piu' semplice da girare) dell'horror... Che qui non scarseggia, sia ben chiaro! Grazie ad effetti speciali casalinghi ma dall'impatto terrificante, assistiamo a delle scene che colpiscono anche gli stomaci piu' forti, mentre l'abile gioco del vedo-non-vedo, soprattutto nella scena finale, fa letteralmente star male. Sara' pure un espediente gia' visto (confronta il Takashi Miike di Imprint), ma tanto accanimento su una donna incinta fa rabbrividire all'istante. Facendo un paragone, un film come Hostel e' molto piu' gratuito, ma non colpisce altrettanto duro, soprattutto per la stilizzazione della violenza, che qua e' molto piu' realistica e diretta. Naturalmente non puo' mancare il colpo di scena finale, che e' si prevedibile, ma sfrutta bene l'apertura girata in prima persona, spiazzando parzialmente.
Passando alle critiche, come non ricordare i poliziotti francesi. Ora non pretendo comportamenti da regolamento e certificati, ma un po' di decenza nel buttare nella carneficina dei giovanotti che sembrano non aver mai nemmeno visto un bignami di procedura criminale, suvvia! Almeno il buonsenso ne avrebbe salvati un paio, ma d'altronde questa critica spesso si accompagna a molti film, e poco ci si puo' fare, non tutti scelgono di piegare la sceneggiatura per andare incontro alla realta', e non so se sia un bene.
Tutto sommato non mi lamento, la via europea all'horror continua ad essere una buona alternativa a tutti i filmacci senza capo ne' coda che ogni estate Holllywood sforna con lo stampino, quindi aspetto con ansia l'affinarsi di questa buona leva registica, e chissa' che magari il futuro non abbia qualche bella sorpresa in serbo.

sabato 23 febbraio 2008

The History Boys (2007) di Nicholas Hytner

E' interessante come a volte certi film entrino nella mia rotazione senza nemmeno ricordarne il motivo (e visto che disdegno i noleggi, immagino il mio feed reader abbia le sue colpe!). E sono poi quelli che danno piu' soddisfazione, senza aspettative vengono valutati meglio.
E' il caso di questo film, abbastanza sconosciuto da noi, ma molto apprezzato all'estero, anche perche' tratto da una riuscita opera teatrale. E infatti si notano tutte le caratteristiche ereditate: dialoghi precisi e brillanti, con una profondita' rara nel medium cinematografico, personaggi delineatissimi e godibili, locazioni semplici e abbastanza ridotte, ma soprattutto scene che spesso stanno in piedi da sole, quasi a rappresentare gli atti teatrali. Il tutto mischiato con tono leggero ma che sa diventare serio nelle parti che si muovono tra tragedia a commedia amara. Ed e' questo equilibrio la parte piu' viva del film, che affronta temi non facili come la maturazione, l'educazione, il ruolo della cultura, l'omossessualita', in maniera mai banale e personalissima, senza urlare verita' assolute, ma dando allo spettatore gli strumenti per formare sia l'opinione che l'eventuale critica della stessa. Strepitosi tutti gli interpreti, che sono gli stessi dell'opera teatrale, sempre credibili e mai tentati da inutili virtuosismi, con una menzione particolare al professore Hector, che con la sua mole e bravura domina ogni scena e trasuda professionalita' in ogni battuta, facendo valere le sue origini di vero attore shaksperiano.

The Bourne Ultimatum (2007) di Paul Greengrass

Adrenalinico. Dovessi usare una sola parola per descriverlo sarebbe adrenalinico. Al terzo episodio della serie viene raggiunto la perfetta sinergia tra scene d'azione e conduzione della storia. Non ci sono momenti morti, non ci sono rallentamenti, e' tutto un rollercoaster tra le svariate location (sembra quasi il promo di un'agenzia di viaggi), che culminano con l'esplosivo finale nell'immancabile New York.

Noto un po' meno di carisma che nell'esordio con Identity, forse perche' ormai del protagonista si sa praticamente tutto, mentre il mistero della vera identita' era ben sfruttato nella prima apparizione. Intrattenimento a tutto spiano quindi, cinema popcorn senza troppi pensieri, ma il genere comincia a starmi un po' stretto, almeno nella sua formulazione troppo classica. Dopo aver visto un titolo come Crank, che nei suoi limiti di produzione ha innovato non poco, mi aspetto sempre un qualcosa di piu' da questi blockbuster annunciati, che altrimenti una volta visti hanno il timer, scaduto il tempo te li dimentichi senza problemi. E' vero che non e' sempre facile tirar fuori qualcosa di originale, ma un po' di sforzo farebbe piacere. O forse sono io a chiedere troppo ad un prodotto nato per divertire e punto... chissa'!

domenica 17 febbraio 2008

American Gangster (2007) di Ridley Scott

La cosa piu' divertente che ho letto sul film e' questo commento di Ohdaesu:
"American Gangster e' il miglior film di Ridley Scott da un po’ di tempo a questa parte: un risultato che, considerando che si sta parlando di uno che ha da poco diretto Un’Ottima Annata e che già 10 anni fa faceva Soldato Jane, si sarebbe forse potuto ottenere anche con uno slideshow di radiografie."

Scherzi a parte, non possiamo prendercela con il buon Ridley anche quando ce la fa (e poi a me Il genio della truffa e' pure piaciucchiato) e questa volta il risultato e' ottimo. Prendendo in un certo modo le distanze dall'emozionale California di Blow e riproponendo un tema visto svariate volte dai tempi della appiccicosa Miami di Scarface, ci troviamo di nuovo raccontata la vita di un signore della droga.
Siamo negli anni '70 a New York, e il boss interpretato da Denzel Washington ha in mano il mercato della costa orientale, grazie alla purissima eroina che riesce ad importare dall'estremo oriente sfruttando la confusione creata dalla guerra in Vietnam. Ma deve fare i conti con il poliziotto duro e puro, interpretato da Russel Crowe. Il film ruota intorno alla contrapposizione fra i due, ma non fa l'errore di fissare tutto unicamente su questo. Riesce abilmente a costruire un affresco dell'epoca abbastanza credibile, grazie anche a delle parti girate oltremare che si riescono ad inserire bene nella storia senza mai appesantirla. E secondo me e' questo uno dei pregi del film, che pur nella sua lunghezza (piu' di due ore) riesce a non cadere mai nell'eccessiva prolissita' che spesso si avverte in prove con simili aspirazioni. E che dire dei due protagonisti? Sempre in parte, riescono bene a esprimere i due lati di una stessa medaglia, quella del dovere a tutti i costi. Non ne e' meno schiavo il gangster del poliziotto, in un mondo nel quale la corruzione regna sovrana ma che grazie al loro scontro sembra poter avere una piccola e temporanea sconfitta (o almeno cosi' sembra), ma senza il gusto di lieto fine. E la parte dell'interrogatorio non si puo' dimenticare facilmente, l'espressivita' di Washington da sola e' riuscita a zittire completamente il cinema, che grazie alla maleducazione della gente purtroppo e' stato per quasi tutta la proiezione rumoroso sigh (rimpiango i tempi quando riuscivo ad andare al cinema la domenica di primo pomeriggio... vuoto!!!).