David Mamet torna alla regia con questa piccola perla. Una commedia frizzante, leggera ma mai banale che racconta le vicissitudini di una troupe cinematografica che si stabilisce in un piccolo paesino del Vermont per terminare di girare il loro film, dopo alcuni problemi avuti nella location precedente.
Prevedibilmente le difficoltà si trasferiscono con loro, alimentate da star capricciose, fondi sempre più a secco, sceneggiatori col blocco dello scrittore, senza dimenticare le dinamiche innestate nella tranquilla vita paesana, che aumentano esponenzialmente l'entropia già enorme del progetto. Si sprecano riferimenti e frecciate a Hollywood e le sue schizofrenie, ma tutte queste attenzioni non sono che segno di un amore smisurato per la settima arte, e aumentano ancora di più il fascino dell'interessante e colorato carrozzone che è il mondo del cinema.
Un gigantesco Alec Baldwin nei panni del protagonista del film nel film, alcolizzato e con una predilezione per le minorenni, diverte con un interpretazione sopra le righe ma credibilissima, che non manca di suggerire come la gestazione di una pellicola non sia poi molto differente. William H. Macy dà vita ad un regista completamente fuori controllo, incapace di pensare ad altro che tenere assieme le assurde personalità che popolano il set. Il suo ultimo pensiero è la qualità del prodotto, basta che si esca con qualcosa (pure il titolo è sacrificabile), tanto il pubblico premierà non il valore ma i nomi coinvolti. Ogni mezzo è buono pur di sfornare il prodotto, e si può passare sopra la legge e la morale senza esitazione. Provate per un secondo ad inquadrare con questa formula tanti blockbuster che ci vengono proposti a catena, e poi fatemi sapere... Non è forse questo il mestiere più bello del mondo?
PS: Un plauso al titolo italiano, che come al solito si allontana dall'originale, ma per una volta riesce ad essere ispirato e attinente, e forse pure più azzeccato!
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martedì 29 luglio 2008
venerdì 2 maggio 2008
Dorm Daze (2003) di David Hillenbrand e Scott Hillenbrand
A volte è bello anche pescare dei titoli a caso, magari solo perchè una singola recensione ti fa l'impressione giusta. E così mi sono ritrovato a vedere questo Dorm Daze, e ha meritato anche una recensione!Poteva essere la solita boiata sulla scia di American Pie, una noia mortale da un'ora e mezza, invece i registi hanno avuto un'idea geniale: rispolverare il mai dimenticato stile teatrale della farsa e camuffarlo da teen movie. E parlo di ispirazione alta, shakespeariana direi, niente di meno, dato che ci sono gli stessi strumenti e le stesse dinamiche, che a loro volta non tradiscono le classiche radici greco-romane, a partire dal continuo ausilio dello scambio di identità come motore narrativo.
Il risultato è tanto anomalo quanto vincente, con una pellicola che non ho dubbi lascerà perplesso l'utente medio del genere (non che tale campione statistico meriti poi molto), ma che può dare soddisfazioni una volta abbandonati i pregiudizi. Non si può che ammirare il ritmo indiavolato, gli incastri assurdi ma precisi, i personaggi sopra le righe e i colpi di scena continui che dal primo minuto animano una storia senza capo nè coda, ma assolutamente godibile. E' tutto così millimetrico che non si può che ridere di gusto per i continui equivoci, fraintendimenti e guai, che funzionano bene ora come secoli fa, e si chiude un occhio di fronte a qualche personaggio meno lolloso, soprattutto se serve a introdurre scene ancora più al limite. E infatti almeno un paio di trovate sono geniali, e la sorpresa finale è talmente inaspettata da sembrare più appropriata ad un thriller che ad una commedia!
Dategli una possibilità, senza pregiudizi, e fatemi sapere.
domenica 27 aprile 2008
Walk Hard: The Dewey Cox Story (2007) di Jake Kasdan
Dimenticate per un momento Will Ferrel. Dimenticate le commedie volgari e sboccate solo per il gusto di esserlo. Dimenticate che il signor Apatow ha firmato Knocked Up (Molto incinta da noi, sigh). Dimenticate i noiosi film sui musicisti. E lasciatevi divertire da un John C. Reilly assolutamente FAN-TA-STI-CO, che nelle due ore di questa commedia/parodia riesce nella difficile impresa di essere migliore del materiale d'origine. Nella caratterizzazione del fittizio Dewey Cox troviamo ogni star mai portata sul grande schermo, da Jim Morrison a Ray Charles, da Elvis Presley a Johnny Cash, fino a tantissimi altri che vengono ricordati nelle loro note più memorabili (David Bowie, i Queen, Bob Dylan!).Non c'è nessuna pretesa o tono di superiorità nel raccontare la sua storia, ed incredibilmente questa pellicola riesce ad essere IL Film sulla musica e i suoi protagonisti, forse perchè l'ironia è lo strumento migliore per riuscire ad inquadrare personalità così estreme ed estrarre dalle loro espressioni più famose un quadro d'insieme dell'artista come persona. Ed alla fine si fa fatica a credere che questo talentuoso Dewey Cox non sia che una finzione, quando lo immagineremmo lassù, che ci osserva sorridendo, a fianco del Re.
Nota: mi sono visto la versione unrated in lingua originale. Ho dato un occhio a quella passata nelle (poche) sale nostrane, e devo dire che, oltre a notevoli tagli (oltre la mezz'ora), l'adattamento per forza di cose fa perdere molto, quindi suggerisco assolutamente questa opzione. La scena dei Temptations da sola vale lo sforzo.
domenica 20 aprile 2008
Juno (2007) di Jason Reitman
Film sottile questo Juno. Si fa piacere per tutti i motivi che non ti aspetteresti da una pellicola con tutto questo hype. Dispiace dirlo, ma a volte quello che precede l'uscita di un film a volte rischia di corromperne la visione. E questo vale per le polemiche (inutili e fuori luogo) quanto per le nomination, e l'oscar vinto in questo caso. Tutte queste cose assieme (e l'eventuale fauna da sala che avrebbe potuto aspettarmi al cinema) mi preoccupavano un po', ma visto che la versione originale, pronta da un pezzo, non riusciva a trovare posto nella mia programmazione, ho dovuto malavoglia optare per la nostra cara uscita doppiata.Fortunatamente posso lamentarmi solamente di questo, infatti l'adattamento mi è sembrato assai stridente nei toni (troppo positivi?), soprattutto nelle parti che rendono il film un gioiellino, cioè quelle in perfetto equilibrio tra il melodramma e la commedia, dove si vede la vera bravura della lodata Diablo Cody, sceneggiatrice ex stripper (con manie di protagonismo sembra, ma come darle torto!) che avrà sicuramente una grande carriera davanti a sè, vista l'abilità dimostrata in quest. Infatti se in Thank You for Smoking tutte le lodi erano per il giovane Reitman e la sua frizzante direzione, qua capisce tutto e si mette un po' da parte, lasciando il campo ad uno script praticamente inattaccabile, che correva il solo rischio di essere sovra recitato. Ed entra in gioco il secondo miracolo, questa Ellen Page che ai più sembra essere spuntata dal nulla, ma che senza modestia tenevo d'occhio da tempo, dopo aver visto lo sconvolgente ed inedito in Italia Hard Candy, che mi aveva portato all'attenzione in tempi non sospetti la sua cristallina bravura.
L'attrice poco più che diciannovenne riesce nella difficile impresa di portare in scena tutti i tic, i pensieri e le insicurezza di un adolescente, senza mai risultare didascalica né bidimensionale. La vediamo su quello schermo e pensiamo che è proprio Juno, una ragazzina che cerca di affrontare come meglio le riesce una situazione difficile in cui si è ficcata. Non ci sono sottotesti moralistici o parallelismi sottili, e' puro e semplice cinema che parla di persone e fatti, ed è forse il miglior cinema indipendente degli ultimi tempi, se così si può chiamare senza offendere nessuno.
Perché del cinema indipendente ha sì le origini, ma riesce a staccarsi dagli stereotipi ormai pesanti fatti di famiglie problematiche (quella di Juno e' una famiglia che, per quanto non perfetta, piace allo spettatore senza mai ammiccare), società ostile (nel film la società offre varie possibilità alla neo mamma, a patto che lei sappia accettare la propria situazione per prima) e finali strappalacrime (per quanto questo non sia neppure un happy ending hollywoodiano badate!).
Una boccata d'aria, alla faccia di chi è riuscito a strumentalizzarlo senza pudore.
Hot Rod (2007) di Akiva Schaffer
L'ho scelto per una serata senza troppe pretese, ma alla fine si e' rivelato molto piu' che una delle solite commedie copia di copia di copia. Anzi, nella sua semplicità mi ha divertito più di tanti altri titoli molto pubblicizzati, come 40 anni vergine.Il film segue le avventure di Rod Kimble, un auto proclamato stuntman, che punta al salto della vita, 15 bus di fila, per raccogliere soldi e salvare la vita al patrigno. La trama, per quanto divertente nel suo minimalismo, altro non è che un pretesto per riunire una sequela infinita di divertentissime gag che non sfigurerebbero al Saturday Night Live (dove infatti si e' formato il regista), e che grazie alla fantastica espressività del protagonista (ma anche ai bravissimi e sconosciuti comprimari) regge senza mai affanno tutta l'ora e mezza, per la curiosità di vedere fino a che punto arriva l'idiozia della storia. E non si resta delusi infatti: ci sono delle scene veramente memorabili, con frasi da classico istantaneo ("E' morto all'istante... il giorno dopo.") e sketch incredibili (come quello dell'animale spirito guida) che non mollano mai. Il tutto impreziosito da una perfetta ambientazione fine anni '80, che non manca di risvegliare qualche nostalgia, con i caratteristici colori, abiti ma soprattutto canzoni: ci sono gli Europe, e bisogna dire che calzano a pennello con l'epica sgangherata sempre presente, con dei tocchi di Morricone a rincarare la dose! Morricone+Europe avete letto bene!!! Ci vuole coraggio a mettere i biondi svedesi nella stessa frase col maestro Ennio, me ne rendo conto, e per questo mi tocca esagerare con gli esclamativi!
Per concludere non posso che consigliare questo piccolo film a cui non si può non voler bene, semplice e sincero, che ha come miglior qualità quella di riuscire a divertire senza mettere in piedi grandi ed elaborate scene madre, ma sorprende anche nel più breve scambio di battute, o con quell'espressione particolare da 2 secondi, ed è un traguardo di tutto rispetto per una commedia.
mercoledì 2 aprile 2008
Idiocracy (2006) di Mike Judge
Mike Judge, creatore di Beavis e Butthead, dopo il divertentissimo Office Space fa ancora centro con questo nuovo progetto. La storyboard e' tanto semplice quanto geniale: il governo seleziona statisticamente l'uomo medio e la donna media per un esperimento di ibernazione, ma per errore invece di essere risvegliati dopo un anno, si ritrovano 5 secoli nel futuro, in un continente americano completamente cambiato: infatti la popolazione, privata dei naturali predatori naturali, e' diventata talmente pigra e svogliata da perdere pian piano ogni traccia di intelligenza, fino a sfiorare l'idiozia.Quindi ogni abitante vive in funzione della televisione, incollato alla poltrona e cibandosi solamente di junk food; l'aqua e' stata bandita ed esiste solo un integratore azzurrino, Brawndo:l'ammazza sete, talmente pubblicizzato e spinto dalla multinazionale produttrice da venir usato anche per l'irrigazione dei campi, con conseguenti estinzione della vegetazione e trasformazione in deserto di ampie parti del territorio. Che dire poi di grattacieli che si appoggiano e sostengono l'uno sull'altro per una progettazione errata, o del fatto che Il presidente degli Stati Uniti d'America sia un enorme wrestler nero di nome Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho?
Sfruttando i paradossi di un personaggio che all'improvviso si ritrova ad essere la persona piu' intelligente del pianeta, assistiamo ad una nerissima analisi dei vizi e difetti di un popolo, quello americano, che non e' poi cosi' lontano da noi come puo' sembrare. E quando incontriamo la scena del parlamento, popolato solo da individui che gridano e si attaccano l'un l'altro mentre il presidente governa il tutto da un palco quasi fosse uno circo, oppure ci accorgiamo dell'onnipresente pubblicita' che invade ogni spazio sui vestiti di tutta la popolazione, e lo confrontiamo con tante cose che si vedono nei nostri tempi, viene da chiedersi se stiamo veramente diventando tutti piu' stupidi senza accorgercene. E forse c'e' un po' meno da ridere di quello che credevamo.
domenica 30 marzo 2008
Paris, Je T'Aime (2006)
Divertissment di notevole fattura, con grandi nomi sia alla regia che come attori. Sono 18 piccoli minimetraggi che ripercorrono i quartieri di Parigi, senza nemmeno prendersi la briga di amalgamare le storie, ed e' questo il bello di tutta l'operazione. La leggerezza della narrazione e' adatta al formato scelto, anche se alcuni degli episodi vanno un po' piu' in profondita' del semplice esercizio stilistico.Abbiamo in ordine sparso:
- Alfonso Cuarón come da copione infila uno dei suoi piani sequenza, che sembra raccontare una storia di tradimento per poi ribaltare tutto con un divertente finale
- Un simpatico siparietto con protagonisti dei mimi, dal regista del poco conosciuto ma bellissimo Appuntamento a Belleville
- Gus Van Sant che non riesce a resistere senza mettere dei bei ragazzi nelle sue opere...
- Tom Tykwer come con Lola continua a correre come un matto nelle sue cinetiche narrazioni, ma lascia il segno, grazie anche a una Natalie Portaman in parte. (ecco l'intero corto)
- Wes Craven fa il suo dovere e porta a casa la pagnotta, ma senza troppo impegnarsi. Lo salva in corner oscar Wilde (!)
- La Coixet, dopo l'indimenticabile La mia vita senza me, riparte dallo stesso spunto per analizzare un Sergio Castellitto in crisi matrimoniale. Forse un po' troppo derivativo, ma godibile.
- Uno stupendo e appassionato omaggio di Vincenzo Natali al cinema muto, ma soprattutto ai film di vampiri, con ironia e stile (grandissimo l'uso del rosso, gustatevelo qui)
- I fratelli Coen a ruota libera che con sottile humor nero prendono in giro l'atteggiamento del classico turista (americano?) che pende dalle guide, con uno sbattutissimo Buscemi.
- Di contrasto l'ultima parte di Alexander Payne parte con una metanarrazione che sembra un'ancora piu' amara critica del turismo senza cervello che tanto va di moda a questi tempi, ma sorprende nel finale prendendo una piega altrettanto amara, ma melanconica e personale, concludendo in modo perfetto un film sempre in bilico fra i generi.
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