David Mamet torna alla regia con questa piccola perla. Una commedia frizzante, leggera ma mai banale che racconta le vicissitudini di una troupe cinematografica che si stabilisce in un piccolo paesino del Vermont per terminare di girare il loro film, dopo alcuni problemi avuti nella location precedente.
Prevedibilmente le difficoltà si trasferiscono con loro, alimentate da star capricciose, fondi sempre più a secco, sceneggiatori col blocco dello scrittore, senza dimenticare le dinamiche innestate nella tranquilla vita paesana, che aumentano esponenzialmente l'entropia già enorme del progetto. Si sprecano riferimenti e frecciate a Hollywood e le sue schizofrenie, ma tutte queste attenzioni non sono che segno di un amore smisurato per la settima arte, e aumentano ancora di più il fascino dell'interessante e colorato carrozzone che è il mondo del cinema.
Un gigantesco Alec Baldwin nei panni del protagonista del film nel film, alcolizzato e con una predilezione per le minorenni, diverte con un interpretazione sopra le righe ma credibilissima, che non manca di suggerire come la gestazione di una pellicola non sia poi molto differente. William H. Macy dà vita ad un regista completamente fuori controllo, incapace di pensare ad altro che tenere assieme le assurde personalità che popolano il set. Il suo ultimo pensiero è la qualità del prodotto, basta che si esca con qualcosa (pure il titolo è sacrificabile), tanto il pubblico premierà non il valore ma i nomi coinvolti. Ogni mezzo è buono pur di sfornare il prodotto, e si può passare sopra la legge e la morale senza esitazione. Provate per un secondo ad inquadrare con questa formula tanti blockbuster che ci vengono proposti a catena, e poi fatemi sapere... Non è forse questo il mestiere più bello del mondo?
PS: Un plauso al titolo italiano, che come al solito si allontana dall'originale, ma per una volta riesce ad essere ispirato e attinente, e forse pure più azzeccato!
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martedì 29 luglio 2008
lunedì 16 giugno 2008
Lucía y el sexo (2001) di Julio Medem
Una storia dalle mille sfaccettature come questa non poteva aver miglior narrazione di quella scelta dal talentuoso Julio Medem. Lo scrittore Lorenzo, le due donne della sua vita e il libro che sta scrivendo ispirato dagli avvenimenti che lo coinvolgono sono i motori di una labirintica trama che continuamente si fa e si disfa, si morde la coda, sembra tornare indietro ma procede, senza mai perdere lucidità e anzi dimostrando una coscienza del mezzo cinematografico ammirabile.Il protagonista (come il regista) è creatore ma anche attore di una storia mossa dalla passione, amara ma fiabesca, in cui ogni immagine assume significato man mano che procede l'esposizione. Il sole, la luna, l'acqua, la buca nel terreno sono parte integrante di una personale mitologia del racconto, che gli permette di trascendere gli eventi e raccontare con semplicità sentimenti complessissimi, assoluti, toccando con delicatezza temi come il desiderio, l'immaginazione e l'amore.
Strepitosi tutti i protagonisti, che danno corpo e anima ad una visione artistica con pochi eguali, ricordando per l'abilità nella gestione della trama alcune opere del maestro Lynch. Le riprese subacquee restano indimenticabili per la sontuosità e l'abile uso delle luci, mentre l'uso del fuori campo in una scena chiave è di assoluta classe.
"Il bello di questo racconto è che a metà cadi in una buca. E torni all'inizio."
martedì 3 giugno 2008
Persepolis (2007) di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi
A volte succede che un film riesca a raccontare la Storia, il passato e il presente, in modo così naturale e semplice da far dimenticare libri scolastici o noiose tirate da pseudo opinionisti. E se quelle volte riesce anche a divertire, commuovere e rapire, non si può che affermare che stiamo parlando di vera arte. Come è arte ogni minuto di questo piccola ma splendida perla, basata su una graphic novel molto influente, che riesce a non far sentire mai la pesante eredità (d'altronde l'autrice qui sceneggia con grazia la propria biografia).La storia della piccola Marjane interpreta tutta la storia recente dell'Iran, dallo scià ai tempi moderni, senza mai avere la pretesa di voler giudicare processi storici mastodontici nella loro cieca ottusità, ma cercando solo di capire come siamo giunti a certe situazioni, e da dove nasca il distacco sempre più evidente fra l'occidentale e il medio oriente, riuscendo con leggerezza nella più difficile delle prove, quella di farci condividere le difficoltà di popolazioni che sembrano esistere solo perchè mostrate nei telegiornali, ma che ogni giorno soffrono e lottano contro realtà impensabili per noi cittadini Europei. In quei 90 minuti diventiamo iraniani anche noi, viviamo le stesse persecuzioni e ci indigniamo, piangiamo e ridiamo, mentre le bombe cadono, simili a quelle che cercano di zittire voci libere come quella della Satrapi, colpevoli solamente di cercare la verità.
Lo script così personale e forte diventa sublime grazie alla perfetta transizione dal medium cartaceo, e infatti c'e' solo stupore assistendo alle bellissime scene create direttamente dalle tavole originali. Gli sguardi degli stilizzati personaggi valgono mille parole, mentre alcune inquadrature sono il perfetto esempio di narrazione visuale, riuscendo a raccontare anche solo con pochi tratti profonde verità. Gli indimenticabili occhi curiosi di questa bambina sono forse una delle cose più sincere del cinema recente, secondi solo a quelli del critico bambino in Ratatouille.
venerdì 30 maggio 2008
[REC] (2007) di Jaume Balagueró
Sono anni che faccio propaganda a Balaguerò e finalmente qualcuno comincia ad accorgersi che questo regista ha delle qualità... L'esordio con Nameless mi aveva convinto, e Darkness pur con i suoi cliché non era da meno, ma questa pellicola racchiude tutto l'amore per il genere e un sano mestiere, messi a frutto nel rispetto degli insegnamenti di mille maestri che hanno scritto la storia dell'horror.La storia degli inquilini di un condominio messo in quarantena dalle autorità senza nessuna spiegazione apparente viene raccontata con credibilità dagli operatori televisivi giunti per primi sul posto prima dell'isolamento. L'integrazione della presa diretta con telecamera a spalla convince nuovamente (dopo Diary of the Dead e meglio di Cloverfield) grazie all'adeguato espediente del dovere di cronaca, e dopo i primi minuti un po' forzati diventa talmente integrata nella fitta sequenza di incredibili eventi da sembrare l'unico modo per raccontare questa storia. Ed è una storia di fantasmi adattata ai tempi moderni, con influenze romeriane da Dawn of the dead e alcuni tocchi dall'oriente. Il tutto mischiato alla perfezione, con personalità e stile, ogni inquadratura ha il giusto aspetto di casualità ma si vede quanto ricercate sono alcune scelte, formidabili nel costruire l'impalcatura narrativa. La tensione non scende mai e ci sono almeno 3 scene da infarto puro (balzo sul divano garantito!). La sensazione di essere chiusi pure noi in quegli angusti corridoi non se ne va nemmeno dopo la drammatica fine. E come usa i bambini per certe scene lui...
PS: Purtroppo la versione italiana ospita uno dei peggiori doppiaggi degli ultimi tempi, soprattutto nei primi dieci minuti è assurdo per tono e mancanza di sincronia. Fortunatamente quando comincia l'azione dura non si nota più di tanto, ma fatevi il piacere di guardarvelo in spagnolo, che tanto si capisce tutto lo stesso.
martedì 27 maggio 2008
Bignami: Iron Man, Paranoid Park, Halloween
Dato che mi sono preso un po' indietro e difficilmente in questo periodo troverò il tempo di recuperare, ho deciso di fare un post bouillabaisse con i film incriminati. Partiamo subito.
Iron man (2008) di Jon Favreau
Cosa si poteva chiedere di più?
C'è l'armatura, perfetta nella sua possenza, c'è Robert Downey Jr. in uno dei suoi migliori ruoli, c'è la Paltrow finalmente a suo agio nei brillanti panni della segretaria Pepper Pots, c'è un irriconoscibile Jeff Bridges perfetto cattivo, e alla fine dopo i titoli persino l'incredibile siparietto che lascia presagire altro...
I film basati sui supereroi spesso nascondono dietro l'allettante licenza l'opzione pacco, in quanto basta poco per passare dalla meraviglia di fronte ai beniamini portati sullo schermo al b-movie senza scampo. Per buttare via un soggetto interessante come Iron Man sarebbe bastato un attimo, mentre Favreau intelligentemente sceglie di lasciare campo aperto alla grande interpretazione del protagonista, che dosa perfettamente lo humor creando un personaggio cazzaro ma piacevole, sempre sopra le righe ma mai macchietta, tanto che ora sembra impossibile immaginare un Tony Stark diverso. E se mi arrischio a dire che siamo a livello del miglior Sam Raimi, non tiratemi le pietre...
Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant
La nuova opera del grande regista indipendente americano ipnotizza fin dall'inizio. Sceglie di raccontare una storia comune come solo lui sa fare, modellando la luce, i colori con una maestria forse unica nel panorama attuale, e trasformando un fatto centrale che potrebbe essere raccontato con poche frasi in uno straziante racconto di crescita adolescenziale, senza inutili moralismi ma implacabile specchio di una quotidianità che riesce a spaventare per la sua attinenza e spietata precisione. Non succede quasi nulla, ma il dramma è di assoluta potenza. E la scena che spezza in due il film, quella della presa di coscienza del giovane protagonista sotto la doccia, lascia senza parole per l'incredibile uso di luce e ombre nel creare una vera e propria odissea nelle profondità dell'animo umano. Possono essere accusati di essere solo virtuosismi, ma quanti riescono a smuovere come ancora sa fare Van Sant?
Il resto sono inutili critiche...
Halloween (2007) di Rob Zombie
Sembrava poter essere il film con cui Rob Zombie dava il colpo finale, ed invece dovremmo ancora aspettare un po'...
Un inizio magistrale che ci racconta l'infanzia di Michael Myers viene stemperato dalla seconda metà in cui, forse per timore nei confronti del materiale originale, il regista fa solamente il suo dovere, senza quel tocco che abbiamo imparato ad amare. Siamo sempre sopra la media dei tanti brutti film horror simili, ma le sue capacità sono tutt'altra cosa e dispiace vederle sprecate.
Sheri Moon Zombie nella sua bellezza all american mista schizofrenia resta indiscutibilmente una presenza magnetica, che da sola porta avanti la storia, e non dimentichiamo la piccola parte di Danny Trejo, che forse per la prima volta viene caratterizzato con dei sentimenti (!).
Promosso solo perché ti conosciamo, Rob!
Iron man (2008) di Jon Favreau
Cosa si poteva chiedere di più?C'è l'armatura, perfetta nella sua possenza, c'è Robert Downey Jr. in uno dei suoi migliori ruoli, c'è la Paltrow finalmente a suo agio nei brillanti panni della segretaria Pepper Pots, c'è un irriconoscibile Jeff Bridges perfetto cattivo, e alla fine dopo i titoli persino l'incredibile siparietto che lascia presagire altro...
I film basati sui supereroi spesso nascondono dietro l'allettante licenza l'opzione pacco, in quanto basta poco per passare dalla meraviglia di fronte ai beniamini portati sullo schermo al b-movie senza scampo. Per buttare via un soggetto interessante come Iron Man sarebbe bastato un attimo, mentre Favreau intelligentemente sceglie di lasciare campo aperto alla grande interpretazione del protagonista, che dosa perfettamente lo humor creando un personaggio cazzaro ma piacevole, sempre sopra le righe ma mai macchietta, tanto che ora sembra impossibile immaginare un Tony Stark diverso. E se mi arrischio a dire che siamo a livello del miglior Sam Raimi, non tiratemi le pietre...
Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant
La nuova opera del grande regista indipendente americano ipnotizza fin dall'inizio. Sceglie di raccontare una storia comune come solo lui sa fare, modellando la luce, i colori con una maestria forse unica nel panorama attuale, e trasformando un fatto centrale che potrebbe essere raccontato con poche frasi in uno straziante racconto di crescita adolescenziale, senza inutili moralismi ma implacabile specchio di una quotidianità che riesce a spaventare per la sua attinenza e spietata precisione. Non succede quasi nulla, ma il dramma è di assoluta potenza. E la scena che spezza in due il film, quella della presa di coscienza del giovane protagonista sotto la doccia, lascia senza parole per l'incredibile uso di luce e ombre nel creare una vera e propria odissea nelle profondità dell'animo umano. Possono essere accusati di essere solo virtuosismi, ma quanti riescono a smuovere come ancora sa fare Van Sant?
Il resto sono inutili critiche...
Halloween (2007) di Rob Zombie
Sembrava poter essere il film con cui Rob Zombie dava il colpo finale, ed invece dovremmo ancora aspettare un po'...Un inizio magistrale che ci racconta l'infanzia di Michael Myers viene stemperato dalla seconda metà in cui, forse per timore nei confronti del materiale originale, il regista fa solamente il suo dovere, senza quel tocco che abbiamo imparato ad amare. Siamo sempre sopra la media dei tanti brutti film horror simili, ma le sue capacità sono tutt'altra cosa e dispiace vederle sprecate.
Sheri Moon Zombie nella sua bellezza all american mista schizofrenia resta indiscutibilmente una presenza magnetica, che da sola porta avanti la storia, e non dimentichiamo la piccola parte di Danny Trejo, che forse per la prima volta viene caratterizzato con dei sentimenti (!).
Promosso solo perché ti conosciamo, Rob!
venerdì 16 maggio 2008
Gone Baby Gone (2007) di Ben Affleck
Si, avete letto bene il nome del regista, non e' un errore. Il mascellone più famoso di Hollywood esce allo scoperto e fa capire finalmente che non ha mai avuto nulla a che fare con il mestiere di attore, ed è stato finora in incognito per prepararsi alla sua carriera di regista. Ed è un regista con le palle. Al film d'esordio tira fuori una performance senza se e senza ma, un noir dei giorni nostri che porta i plumbei colori di un'insolita Boston al servizio di una storia che nasconde nella gretta quotidianità la sua carismatica forza narrativa.Già dalla scelta dei protagonisti si nota la spinta nell'innovare il genere, infatti l'insolita coppia di fidanzati detective capitanata dall'altro Affleck convince senza appello, con almeno un paio di scene da manuale: lo scontro verbale che finisce a pistole spianate nel pub è convincente come pochi altri, mentre il suo discorso al trafficante nero è da infarto per la freddezza glaciale.
Non bastasse, a supporto ci sono fior fiore di professionisti che recitano alcuni dei loro migliori ruoli: Morgan Freeman è monumentale come capo della polizia, ed Ed Harris nei panni dell'ispettore dal passato oscuro è troppo bravo per non volergli bene nonostante il personaggio. Ma sopra tutti la quasi irriconoscibile Amy Ryan che, nei panni della madre della bambina scomparsa, nelle poche scene in cui appare non sbaglia una virgola, caratterizzando perfettamente una donna allo sbando, odiosissima ma preoccupantemente reale. Nomination all'Oscar meritatissima.
E ci sarebbero mille dettagli da ricordare, dalla crudissima scena della sparatoria nella casa del pedofilo fino allo straordinario cambio di direzione/ritmo a metà film, dall'agghiacciante scambio al lago artificiale fino al dialogo sul tetto, ma voglio solo soffermarmi sull'ultimo fotogramma, quello che mi e' rimasto dentro per giorni: la solitudine, l'amore, il futuro, la purezza, mescolate in una breve carrellata laterale, e poi i titoli di coda. Se non è cinema allo stato puro questo...
domenica 27 aprile 2008
Walk Hard: The Dewey Cox Story (2007) di Jake Kasdan
Dimenticate per un momento Will Ferrel. Dimenticate le commedie volgari e sboccate solo per il gusto di esserlo. Dimenticate che il signor Apatow ha firmato Knocked Up (Molto incinta da noi, sigh). Dimenticate i noiosi film sui musicisti. E lasciatevi divertire da un John C. Reilly assolutamente FAN-TA-STI-CO, che nelle due ore di questa commedia/parodia riesce nella difficile impresa di essere migliore del materiale d'origine. Nella caratterizzazione del fittizio Dewey Cox troviamo ogni star mai portata sul grande schermo, da Jim Morrison a Ray Charles, da Elvis Presley a Johnny Cash, fino a tantissimi altri che vengono ricordati nelle loro note più memorabili (David Bowie, i Queen, Bob Dylan!).Non c'è nessuna pretesa o tono di superiorità nel raccontare la sua storia, ed incredibilmente questa pellicola riesce ad essere IL Film sulla musica e i suoi protagonisti, forse perchè l'ironia è lo strumento migliore per riuscire ad inquadrare personalità così estreme ed estrarre dalle loro espressioni più famose un quadro d'insieme dell'artista come persona. Ed alla fine si fa fatica a credere che questo talentuoso Dewey Cox non sia che una finzione, quando lo immagineremmo lassù, che ci osserva sorridendo, a fianco del Re.
Nota: mi sono visto la versione unrated in lingua originale. Ho dato un occhio a quella passata nelle (poche) sale nostrane, e devo dire che, oltre a notevoli tagli (oltre la mezz'ora), l'adattamento per forza di cose fa perdere molto, quindi suggerisco assolutamente questa opzione. La scena dei Temptations da sola vale lo sforzo.
domenica 6 aprile 2008
The Nines (2007) di John August
Pensavo di aver visto il lavoro di sceneggiatore sviscerato in ogni suo dettaglio nel notevole Il ladro di orchidee, ma qui siamo un passo avanti, metacinema allo stato puro.John August, collaboratore fisso di Tim Burton (il mestiere si vede in ogni scena), se ne esce con il primo lungometraggio alla regia e parte con il botto. La trama e' una sorpresa dall'inizio alla fine, ma a grandi linee racconta in capitoli tre storie apparentemente separate ma la cui tematica unificante apparirà chiara solo nel finale. Mentre la prima parte e' girata in bilico fra commedia e thriller, utilizzando gli stilemi propri di molto cinema USA moderno ma con personalità, la seconda e' interamente ripresa dal punto di vista dell'operatore di camera in un reality che segue lo sceneggiatore di un serial in produzione (!!!!). A parole sembra complicato, ma su schermo viene resa benissimo la dicotomia tra il creatore (sceneggiatore) e il creato (serial), che a loro volta sono oggetto di un medium esterno, il reality, con notevoli implicazioni: per il creatore e' importante realizzare il serial, anche a costo di spiacevoli scelte che sono pero' positive per la realizzazione stessa dell'opera, mentre nell'ottica reality piu' le cose si complicano e precipitano tanto migliore e piu' godibile e' il prodotto. E non a caso il protagonista confessa di cominciare a confondere la realtà con suo script, sentendosi come osservato da sé stesso mentre vive la propria vita. Senza tralasciare il tema dell'identità, siamo di fronte a un trattato sull'essenza stessa della realtà e la sua percezione, con linguaggio cinematografico.
E quindi arriva la terza parte che, con stile da fiction televisiva (e qua ci ricolleghiamo alla stratificazione dei medium) stravolge e reinventa la storia in modo tanto inaspettato quanto soddisfacente, senza forzature e con il piacevole senso di circolarità delle migliori opere.
Non si dimentica facilmente la poliedrica interpretazione di Ryan Reynolds, che ora seguirò con piu' attenzione, e l'incredibile presenza di Melissa McCarthy, che illumina ogni scena col suo sorriso, mentre lascia senza fiato l'accompagnamento sonoro, soprattutto nella parte iniziale e quella conclusiva.
Ed ora cercate gli altri 9, dato che questo film lo e' di sicuro un bel 9.
sabato 22 marzo 2008
Ratatouille (2007) di Brad Bird
E' bello riuscire a essere cosi' freschi, cosi' innovativi e cosi' divertenti, e pure emozionare. In un film di animazione. Ma non tutti possono riuscire a farsi comprare dalla Disney e avere ancora il coraggio (supportato dalla qualità assoluta) di mantenere la propria identità artistica senza nessun cedimento. E infatti non tutti si chiamano Pixar.E' incredibile, sulla carta questo progetto era il piu' rischioso affrontato finora. Non ci sono animali pucciosi, giocattoli antropomorfi o al limite macchine umanizzate, ma dei TOPI. Si, proprio dei fottuti topi, quei simpatici animaletti rinomati per le igieniche frequentazioni e le noie che creano alle abitazioni, e che spesso non fanno gridare di gioia il gentil sesso! E l'argomento principale del film, la cucina, a chi poteva interessare? Non ci si poteva credere. Ma fortunatamente questi artisti ci hanno creduto, e fino in fondo, tirando fuori forse la loro miglior opera. La trama che in altre mani sarebbe stata materiale per un misero direct-to-video qui diventa epitome di Cinema con la maiuscola. Ci sono alcuni sviluppi lasciati un po' per conto loro, ma la fluidita' della narrazione li fa diventare dei piccoli diamanti che impreziosiscono il piatto principale. E che piatto: riguardo la qualita' delle animazioni non serve neppure piu' parlare, ma che dire dell'uso assolutamente strepitoso dei movimenti di camera che fa impallidire qualsiasi produzione, a prescindere dal settore? O dei personaggi divertenti, mai macchiette ma anzi con sentimenti e piccoli tic che li rendono vivissimi? Senza dimenticare i topi, protagonisti assoluti di un microcosmo colorato e paragonabile per bellezza alla Parigi che ospita la storia. Una storia che conquista fin dalla prima scena (la citazione di Il buono il brutto il cattivo con il fermo immagine di Remy che scappa e' fantastica) e regge ogni minuto della pellicola, risolve tutto in anticipo, facendo scomparire i ritriti finali che tirano le somme quasi per dovere, e chiude deliziandoci con un siparietto imperniato sulla figura del critico, che riesce a commuoversi e riscoprire il piacere del cibo dopo una carriera dedita alle recensioni-stroncatura... Al che non si puo' che sorridere pensando a questi geni che hanno lottato per portare avanti la loro visione pura, in un mercato che vede questi film unicamente come trappole-acchiappa-soldi-senz'anima, nei quali basta inserire un contentino/parodia/canzone anni '80 stile "ehi, cioe' hai visto", che solo gli adulti possono cogliere per far gridare alla sottigliezza del nuovo capolavoro. Quindi ad ognuno il suo posto, e il posto per Ratatouille e' tra i film (non cartoni) di assoluta serie A.
sabato 1 marzo 2008
Non e' un paese per vecchi (2007) di Ethan Coen e Joel Coen
Un deserto infinito che fa da sfondo con la sua cruda sincerità alle storie di 3 uomini diversi tra loro, ma con molte piu' cose in comune di quelle che si possono notare dalla semplice sinossi del film.Sono 3 rappresentazioni, ognuna epica a modo suo, di un mondo in declino, forgiato nel duro west americano, quella frontiera vista in mille film ma sempre misteriosa pur nella sua quotidianità. Cio' che li anima è nascosto e sfuggente, ma la volontà che mettono in ogni azione e' pura e inattaccabile. Non degli eroi in nessuna accezione, ma determinati a portare avanti la loro individualità con implacabile determinazione. Per assurdo non sono molto lontani dalle figure orientali del samurai come rappresentazione del dovere assoluto, o meglio ancora speculari dei leggendari ronin senza padrone, pistole al posto di spade.
E poi c'e' tutto il resto:la trama semplice ma eseguita con precisione chirurgica, le location inquadrate con tagli geometrici che lasciano senza fiato, l'humor nero sempre pronto ad entrare in scena, i dialoghi da citazione istantanea, e i capelli di Bardem. La visione non puo' prescindere dalla scelta dell'acconciatura del killer, che caratterizza piu' di mille frasi un personaggio che resta sotto la pelle a lungo. Quasi quanto il rumore della pistola ad aria compressa. Chiudo ricordando l'altra perla: poche volte ho visto il nodo principale di un film svelarsi in modo cosi' sommesso, anticlimatico e spiazzante, quasi a ricordare come la vita vera abbia poco a che spartire con la pellicola.
domenica 17 febbraio 2008
American Gangster (2007) di Ridley Scott
La cosa piu' divertente che ho letto sul film e' questo commento di Ohdaesu:"American Gangster e' il miglior film di Ridley Scott da un po’ di tempo a questa parte: un risultato che, considerando che si sta parlando di uno che ha da poco diretto Un’Ottima Annata e che già 10 anni fa faceva Soldato Jane, si sarebbe forse potuto ottenere anche con uno slideshow di radiografie."
Scherzi a parte, non possiamo prendercela con il buon Ridley anche quando ce la fa (e poi a me Il genio della truffa e' pure piaciucchiato) e questa volta il risultato e' ottimo. Prendendo in un certo modo le distanze dall'emozionale California di Blow e riproponendo un tema visto svariate volte dai tempi della appiccicosa Miami di Scarface, ci troviamo di nuovo raccontata la vita di un signore della droga.
Siamo negli anni '70 a New York, e il boss interpretato da Denzel Washington ha in mano il mercato della costa orientale, grazie alla purissima eroina che riesce ad importare dall'estremo oriente sfruttando la confusione creata dalla guerra in Vietnam. Ma deve fare i conti con il poliziotto duro e puro, interpretato da Russel Crowe. Il film ruota intorno alla contrapposizione fra i due, ma non fa l'errore di fissare tutto unicamente su questo. Riesce abilmente a costruire un affresco dell'epoca abbastanza credibile, grazie anche a delle parti girate oltremare che si riescono ad inserire bene nella storia senza mai appesantirla. E secondo me e' questo uno dei pregi del film, che pur nella sua lunghezza (piu' di due ore) riesce a non cadere mai nell'eccessiva prolissita' che spesso si avverte in prove con simili aspirazioni. E che dire dei due protagonisti? Sempre in parte, riescono bene a esprimere i due lati di una stessa medaglia, quella del dovere a tutti i costi. Non ne e' meno schiavo il gangster del poliziotto, in un mondo nel quale la corruzione regna sovrana ma che grazie al loro scontro sembra poter avere una piccola e temporanea sconfitta (o almeno cosi' sembra), ma senza il gusto di lieto fine. E la parte dell'interrogatorio non si puo' dimenticare facilmente, l'espressivita' di Washington da sola e' riuscita a zittire completamente il cinema, che grazie alla maleducazione della gente purtroppo e' stato per quasi tutta la proiezione rumoroso sigh (rimpiango i tempi quando riuscivo ad andare al cinema la domenica di primo pomeriggio... vuoto!!!).
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