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venerdì 16 maggio 2008

Diary of the Dead (2007) di George A. Romero

Il vecchio George dà una rinfrescata alla franchigia con questo nuovo capitolo sugli zombie. E parte da una tecnica per lui nuova, la presa diretta alla Blair Witch, e anche se d'ora in avanti la telecamera a spalla sarà meglio evitarla (un po' inflazionata, vedi Cloverfield, Rec e compagnia bella), in questo film fa perfettamente il suo dovere. E infatti l'artificio della ripresa continua, che a volte puo' sembrare pretestuoso (come nel già citato film del mostro grosso... quello rischia la pelle e riprende a tutto spiano!), qui acquista tutt'altro valore grazie all'intelligente script, che pone come protagonisti una troupe cinematografica di studenti che sta girando un horror quando scoppia l'epidemia dei morti viventi. Gli stessi zombie, nella loro inesorabile lentezza, si prestano bene alle riprese, che in situazioni più drammatiche sembrerebbero fini a se stesse.

Gli attori non brillano, complici anche le studiate riprese fai da te, ma il continuo gioco di ammiccamenti, riferimenti e rimandi agli altri capitoli porta avanti senza problemi la pellicola. Ciò che colpisce di più è la nemmeno tanto velata critica alla società media dipendente, dal Grande Fratello ai telegiornali sensazionalistici, senza risparmiare la youtube generation; la sensazione che nulla sia reale se non ripreso in qualche modo dà alle drammatiche scene un gusto distante dalla fiction, e pone lo spettatore nello scomodo posto di giudice di eventi forse generati dal suo stesso voyerismo. Gli stessi protagonisti altro non sono che attori di un film all'interno del film, in un continuo scambio tra osservatori ed osservati che sbilancia e confonde.

Non ci troviamo di fronte al solito horror quindi, anche se non mancano i momenti gore, con almeno un paio di uccisioni notevoli, coadiuvati da sequenze d'azione fatte con mestiere, ma la cosa più agghiacciante resta la scena finale della tortura agli zombie, quasi un'ultima, impietosa analisi sociale: la desensibilizzazione nei confronti della morte e' forse il primo passo verso qualcosa di peggiore?

domenica 11 maggio 2008

Teeth (2007) di Mitchell Lichtenstein

Ecco il famoso film della vagina dentata. Si, avete proprio letto bene, il film parla di una ragazza con questo piccolo problema. E riesce miracolosamente a restare serio per tutta la durata, portando in scena alcune delle più ataviche paure maschili con molta sottigliezza, nascondendo i molteplici strati di interpretazione sotto l'ambientazione da periferia bene, in cui l'unica nota stonata (quasi simpsoniana) e' la grigia centrale nucleare che domina la cittadina, e che con i suoi sbuffi di fumo segna il ritmo della narrazione.

Il tono tra l'humor nero e il dramma personale è funzionale, e riesce rendere interessante una storia che sembrava finita già nel racconto dell'exploit principale, riuscendo a costruirci intorno un piccolo mondo credibile (nei limiti) e dettagliato. Personaggi un po' sovra recitati come il fratello sbandato (ma chi non lo sarebbe diventato a vedersi morso un dito dalla vagina della sorella in giovane età?) o il dottore sono perdonabili, grazie alla forte carica personale messa dalla giovane Jess Weixler nel caratterizzare una teenager che cerca nella castità la risposta ai normali dubbi dell'adolescenza ma che nel suo caso risiedono in questioni più profonde, qui simbolizzate inequivocabilmente dalla dentata protagonista.

Menzione finale il discorso sul palco, perfetto nella visione distorta quasi da incubo e scandito dagli inquietanti cori simil-religiosi, ed efficace come poche altre scene nell'esprimere la confusione dell'attrice.

domenica 27 aprile 2008

Walk Hard: The Dewey Cox Story (2007) di Jake Kasdan

Dimenticate per un momento Will Ferrel. Dimenticate le commedie volgari e sboccate solo per il gusto di esserlo. Dimenticate che il signor Apatow ha firmato Knocked Up (Molto incinta da noi, sigh). Dimenticate i noiosi film sui musicisti. E lasciatevi divertire da un John C. Reilly assolutamente FAN-TA-STI-CO, che nelle due ore di questa commedia/parodia riesce nella difficile impresa di essere migliore del materiale d'origine. Nella caratterizzazione del fittizio Dewey Cox troviamo ogni star mai portata sul grande schermo, da Jim Morrison a Ray Charles, da Elvis Presley a Johnny Cash, fino a tantissimi altri che vengono ricordati nelle loro note più memorabili (David Bowie, i Queen, Bob Dylan!).

Non c'è nessuna pretesa o tono di superiorità nel raccontare la sua storia, ed incredibilmente questa pellicola riesce ad essere IL Film sulla musica e i suoi protagonisti, forse perchè l'ironia è lo strumento migliore per riuscire ad inquadrare personalità così estreme ed estrarre dalle loro espressioni più famose un quadro d'insieme dell'artista come persona. Ed alla fine si fa fatica a credere che questo talentuoso Dewey Cox non sia che una finzione, quando lo immagineremmo lassù, che ci osserva sorridendo, a fianco del Re.

Nota: mi sono visto la versione unrated in lingua originale. Ho dato un occhio a quella passata nelle (poche) sale nostrane, e devo dire che, oltre a notevoli tagli (oltre la mezz'ora), l'adattamento per forza di cose fa perdere molto, quindi suggerisco assolutamente questa opzione. La scena dei Temptations da sola vale lo sforzo.

Flight of the Living Dead: Outbreak on a Plane (2007) di Scott Thomas

Questo filmettino merita senza dubbio più di un'occhiata. A prima vista potrebbe essere scambiato per un clone di Snake on a plane, con zombie al posto dei serpenti, ma informandomi scopro che lo script è stato prodotto molto prima, solamente la produzione ha avuto tempi più lunghi, tanto che le richieste dei pezzi di 747 per realizzare le scene spesso venivano confuse dagli uffici delle ditte specializzate, che spesso si trovavano a rispondere con "Ah, voi siete quelli dell'altro film!".

Ma mentre nell'altro abbiamo un'idea brillante (aereo! serpenti!) che porta avanti tutta la pellicola ma perde un po' di brio e si salva solamente per la carismatica presenza di Samuel L. Jackson, qui ci troviamo con un omaggio tout court alle pellicole post Romero che hanno scritto la storia del genere (con il maestro Fulci in testa). Ed è un omaggio fatto con grande mestiere, tant'è che la storia fila liscia dall'inizio alla fine, evitando l'errore comune di trasformarsi in squallida copia, ma anzi permettendosi in almeno due occasioni delle simpatiche riflessioni sul meccanismo dei film de paura: la scena del bagno, con tutta l'attenzione incentrata sulla tazza che sembra nascondere il prossimo pericolo ma con un ribaltamento a sorpresa, è da manuale nell'uso della camera e dei tempi, mentre quella dell'anziana zombie che sembra aver compromesso uno dei nostri eroi con un morso mi ha fatto morire ("She's gumming me to death!").

Come dimenticare poi il microcosmo che popola l'aereo, fatto certamente di stereotipi (la fidanzata traditrice, il delinquente scortato dall'agente federale, il vecchio cinese, il comandante all'ultimo volo prima della pensione, la suora!), ma tutti caratterizzati con il giusto tocco di classe e abbastanza credibilità da potercisi affezionare. E infatti la trama funziona, sfruttando l'ambiente chiuso nel migliore dei modi ed anzi superandone i limiti con delle trovate geniali, vedi il pavimento crollato che inghiotte le persone alla stregua della romeriana immagine dei morti viventi che si trascinano fuori dalle tombe. E sono particolari che rivelano la passione profusa nel progetto, che gli permette di lasciarsi alle spalle l'etichetta di film d'exploitation, superando senza dubbio l'altro in divertimento e coesione narrativa.

Chiudo con una nota di merito per la bellissima Kristen Kerr nel ruolo della hostess, che tira fuori una discreta interpretazione, conquistando fin dalla prima scena. Dopo la gavetta in varie fiction/produzioni minori (però appare brevemente anche in Inland Empire, interessante!) si dimostra pronta per ruoli più importanti.

domenica 13 aprile 2008

Ichi the Killer (2001) di Takashi Miike

Ogni volta che penso di essere preparato ad affrontare un film di Miike devo ricredermi, questo ormai e' un dato di fatto! E' successo ultimamente già con Imprint e poi con Visitor Q, ma se ogni opera di questo geniale (o bizzarro?) regista mi stupirà allo stesso modo, devo preparami a molte sorprese, visto che ogni anno dirige anche decine di film, e gli sono accreditate su imdb un'ottantina di pellicole... ed ha 47 anni, quindi fate voi la media.
Lasciando da parte le curiosità statistiche, sono rimasto letteralmente con gli occhi sbarrati per tutta la visione. Ispirato dall'omonimo manga, racconta la storia di un mal assortito gruppo di yakuza presi in un sanguinoso vortice di vendetta. Può sembrare la classica ambientazione di molti film che ci arrivano dal Giapppone, ma il mondo surreale messo in scena è qualcosa di inedito.
Le vicende ruotano attorno a due killer: il primo fa parte di una banda criminale, mentre il secondo è un giovane con grosse turbe psichiche, capace delle più terribili altrocità, che viene utilizzato come un burattino dal deus ex machina della situazione, un Shinya Tsukamoto in cerca di vendetta nell'ambiente mafioso di Tokio, e che dà il via alla lunga serie di uccisioni/torture che seguirà. Sono i due poli magnetici di una violenza che guida ogni azione. Diversi nel percorso che li ha portati ad essere tali, ma identici nell'essere capaci di esprimersi solamente in rapporto alla sofferenza, sia data che subita. La loro esistenza gira intorno a questo fulcro, in un parossismo guidato dalla situazione che precipita di scena in scena, senza che possano aver modo di cambiare in nessun modo il loro destino. Uno fatto per portare il dolore, l'altro che gode nel riceverlo, le loro strade non possono che incrociarsi, nel peggiore dei modi.
L'analisi dei due personaggi e la loro antitesi da sole riescono a dare un ritratto moralmente dubbio ma di grande forza cinematografica che riesce a non perdersi mai nella narrazione, per quanto prolissa. Grazie all'uso continuo dell'eccesso e dell'humor nero andiamo oltre al banale film horror con ambientazione gangster, arrivando dritti ad una precisa critica, che non risparmia nulla alla società giapponese, sia questa la dipendenza dalla violenza (fisica ma soprattutto psicologica) o l'alienazione dei giovani, senza dimenticare la perdita d'identità della famiglia (tema affrontato più dettagliatamente proprio in Visitor Q). Violenza che diventa protagonista di ogni scena, stilizzata e sporca, ma che miracolosamente riesce, allo stesso tempo, a non essere mai gratuita. Per non parlare poi degli incredibili personaggi: basti pensare ai due poliziotti gemelli, talmente corrotti da rivelarsi peggiori dei banditi, o lo stesso killer in tutina da supereroe, ma tutti indistintamente acquisiscono plausibilità nello strano mondo creato dal film.
E sono riuscito a non parlare della scena della tortura.

domenica 6 aprile 2008

The Nines (2007) di John August

Pensavo di aver visto il lavoro di sceneggiatore sviscerato in ogni suo dettaglio nel notevole Il ladro di orchidee, ma qui siamo un passo avanti, metacinema allo stato puro.
John August, collaboratore fisso di Tim Burton (il mestiere si vede in ogni scena), se ne esce con il primo lungometraggio alla regia e parte con il botto. La trama e' una sorpresa dall'inizio alla fine, ma a grandi linee racconta in capitoli tre storie apparentemente separate ma la cui tematica unificante apparirà chiara solo nel finale. Mentre la prima parte e' girata in bilico fra commedia e thriller, utilizzando gli stilemi propri di molto cinema USA moderno ma con personalità, la seconda e' interamente ripresa dal punto di vista dell'operatore di camera in un reality che segue lo sceneggiatore di un serial in produzione (!!!!). A parole sembra complicato, ma su schermo viene resa benissimo la dicotomia tra il creatore (sceneggiatore) e il creato (serial), che a loro volta sono oggetto di un medium esterno, il reality, con notevoli implicazioni: per il creatore e' importante realizzare il serial, anche a costo di spiacevoli scelte che sono pero' positive per la realizzazione stessa dell'opera, mentre nell'ottica reality piu' le cose si complicano e precipitano tanto migliore e piu' godibile e' il prodotto. E non a caso il protagonista confessa di cominciare a confondere la realtà con suo script, sentendosi come osservato da sé stesso mentre vive la propria vita. Senza tralasciare il tema dell'identità, siamo di fronte a un trattato sull'essenza stessa della realtà e la sua percezione, con linguaggio cinematografico.
E quindi arriva la terza parte che, con stile da fiction televisiva (e qua ci ricolleghiamo alla stratificazione dei medium) stravolge e reinventa la storia in modo tanto inaspettato quanto soddisfacente, senza forzature e con il piacevole senso di circolarità delle migliori opere.
Non si dimentica facilmente la poliedrica interpretazione di Ryan Reynolds, che ora seguirò con piu' attenzione, e l'incredibile presenza di Melissa McCarthy, che illumina ogni scena col suo sorriso, mentre lascia senza fiato l'accompagnamento sonoro, soprattutto nella parte iniziale e quella conclusiva.
Ed ora cercate gli altri 9, dato che questo film lo e' di sicuro un bel 9.

Sublime (2007) di Tony Krantz

Strano film questo Sublime. Osservando il poster potrebbe sembrare il solito filmaccio sulla falsa riga dei torture-horror tanto di moda. Poi ci ficcano dentro pure una tetta vista da tre quarti (che -curiosamente- ho notato mancare dalla versione per certi mercati, e qui si capisce ancora meglio quello che sto per argomentare), segno che il reparto marketing ha svolto il suo compito di rubare qualche noleggio/acquisto a persone che poi resteranno chiaramente deluse da un DVD che non rispecchia cio' che e' sottinteso all'esterno. Fortunatamente evito di farmi sviare da simili trucchetti e quindi, seguendo impressioni positive pescate qua e la' nella navigazione quotidiana, mi sono accinto alla visione. E posso dire di non aver sprecato il mio tempo.
Senza voler troppo spolierare, data la natura particolare della trama, mi limito a dire che viene raccontata la storia del protagonista George, il quale deve sottoporsi ad una operazione di routine in ospedale, ma non tutto va per il verso giusto...
La storia principale e' intervallata da una serie di flashback che aiutano pian piano ad entrare negli eventi ed inquadrare meglio certe scene all'apparenza insensate, non senza tenere sempre sbilanciato lo spettatore con situazioni surreali, che potrebbero infastidire i meno pazienti (vd. nota iniziale sul marketing). Quelli che non hanno fretta vengono invece ricompensati da un'organizzazione narrativa sì derivativa (quello a Jacob's Ladder e' piu' che un omaggio), ma anche interessante e minuziosa, con una risoluzione che, pur nel suo essere qualcosa di gia' visto, non manca di avere cuore e stile (onore al regista e al direttore della fotografia per le riprese geometriche ma mai pretestuose né da videoclip).
Non si puo' nascondere che certe metafore sociali a volte troppo tirate e l'immaginario religioso un po' calcato (nonche' una scena di sesso gratuita, anche se di nuovo vedo lo zampino della produzione) appesantiscano la struttura, ma non abbastanza da penalizzare l'opera, che con coraggio riesce a restare in equilibrio tra horror, thriller e dramma senza per questo perdere le caratteristiche migliori di ognuno dei tre generi. E alla fine restano maggiormente nella memoria gli interessanti e articolati rapporti fra i credibili personaggi che non le comunque presenti scene sanguinose... e pensare che quasi lo scambiavo per Hostel dalla copertina!

domenica 30 marzo 2008

Paris, Je T'Aime (2006)

Divertissment di notevole fattura, con grandi nomi sia alla regia che come attori. Sono 18 piccoli minimetraggi che ripercorrono i quartieri di Parigi, senza nemmeno prendersi la briga di amalgamare le storie, ed e' questo il bello di tutta l'operazione. La leggerezza della narrazione e' adatta al formato scelto, anche se alcuni degli episodi vanno un po' piu' in profondita' del semplice esercizio stilistico.
Abbiamo in ordine sparso:

  • Alfonso Cuarón come da copione infila uno dei suoi piani sequenza, che sembra raccontare una storia di tradimento per poi ribaltare tutto con un divertente finale
  • Un simpatico siparietto con protagonisti dei mimi, dal regista del poco conosciuto ma bellissimo Appuntamento a Belleville
  • Gus Van Sant che non riesce a resistere senza mettere dei bei ragazzi nelle sue opere...
  • Tom Tykwer come con Lola continua a correre come un matto nelle sue cinetiche narrazioni, ma lascia il segno, grazie anche a una Natalie Portaman in parte. (ecco l'intero corto)
  • Wes Craven fa il suo dovere e porta a casa la pagnotta, ma senza troppo impegnarsi. Lo salva in corner oscar Wilde (!)
  • La Coixet, dopo l'indimenticabile La mia vita senza me, riparte dallo stesso spunto per analizzare un Sergio Castellitto in crisi matrimoniale. Forse un po' troppo derivativo, ma godibile.
  • Uno stupendo e appassionato omaggio di Vincenzo Natali al cinema muto, ma soprattutto ai film di vampiri, con ironia e stile (grandissimo l'uso del rosso, gustatevelo qui)
  • I fratelli Coen a ruota libera che con sottile humor nero prendono in giro l'atteggiamento del classico turista (americano?) che pende dalle guide, con uno sbattutissimo Buscemi.
  • Di contrasto l'ultima parte di Alexander Payne parte con una metanarrazione che sembra un'ancora piu' amara critica del turismo senza cervello che tanto va di moda a questi tempi, ma sorprende nel finale prendendo una piega altrettanto amara, ma melanconica e personale, concludendo in modo perfetto un film sempre in bilico fra i generi.

sabato 29 marzo 2008

The Dudesons Movie (2007) di Jarno Laasala

Prendete 4 ragazzotti finlandesi che si fanno del male nei modi piu' incredibili, aggiungete un montaggio notevole e mischiate il tutto con gli strabilianti paesaggi artici, ed avrete i Dudesons.
Sulla scia di Cky, Jackass e Dirty Sanchez troviamo questo bizzarro quartetto europeo (cinque col maiale) che riesce a non far rimpiangere troppo Johnny Knoxville e compagni. Lo fanno con una produzione sincera e casalinga al 100% (infatti si auto producono), ma soprattutto grazie ad una regia e post produzione veramente ammirevoli, ad opera di uno dei quattro (Jarno). Infatti non si puo' che apprezzare come da un'idea originale che ormai mostra i suoi limiti si sia riusciti a mettere assieme piu' di un'ora di girato di alta qualita', con punte quasi liriche per scelta di colori e illuminazione: alcuni tagli d'inquadratura ma sopratutto gli stacchi con protagonista la natura hanno un forza tutta loro, e vedere impegnato Jarno in qualcosa di piu' serio potrebbe riservare delle sorprese.
E poi Jarppi, Jukka, Jarno e HP (!!) nella loro vita da eterni bambinoni in un'improbabile Dudesons Ranch hanno una presenza scenica non indifferente, che fa dimenticare i limiti di quello che ci raccontano. Cio' non toglie che l'attitudine da buffoni e l'esagerazione estrema come obiettivo possa non piacere a tutti, ma presi nella giusta maniera regalano senza dubbio un divertente passatempo e piu' di qualche sorriso.

domenica 24 febbraio 2008

Battle Royale (2000) di Kinji Fukasaku

Oggi ho finalmente trovato l'occasione di guardare un film che aveva suscitato il mio interesse un bel po' di tempo fa. E' tanto che l'ho da parte, e cosi' mi sono gustato direttamente la Director's Cut.
Geniale l'idea e geniale la messa in scena: il governo giapponese, esasperato dalla gioventu' incontrollabile, inventa un terribile gioco di sopravvivenza in cui una classe di adolescenti (selezionata casualmente) viene portata su un'isola disabitata e lasciata la' per tre giorni ad uccidersi, tempo entro il quale deve restare un unico sopravvissuto, pena la morte di tutti i rimasti.
La trama, che poteva essere un pretesto per uno splatter/horror fatto solo di un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, si eleva e riesce ad essere un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, ma che vince nel dare quel qualcosa in piu', che trasforma il film in classico istantaneo. Le scenette d'amore fuori luogo solo all'apparenza mentre la gente muore ovunque, l'elenco aggiornato delle morti con tanto di matricola e giocatori restanti, l'interessante elemento casuale dell'arma assegnata ad ognuno, i campi lunghi con i soldati messi come giocattoli... tutto si amalgama nel creare un'atmosfera che sbilancia, essendo plausibile e surreale allo stesso tempo. Si vedono relazioni nascere e crollare come si potrebbe assistere ogni giorno osservando dei gruppi di ragazzi, ma tutto ingrandito dalla lente della morte sempre incombente. La sopravvivenza porta all'esasperazione le situazioni, elimina l'ipocrisia della vita moderna con una semplicita' terribilmente spietata. E il labirinto di amicizie, odi, amori degli studenti protagonisti (e dei giovani in generale) e' quanto di piu' incomprensibile possa esistere per l'adulto. Il maestro Kitano, interpretato da un favoloso Takeshi Kitano, fa quasi pena nel suo tentatvio di comprensione. Anche messo di fronte alla linearita' creata dalla situazione, non riesce ad avvicinarsi al pensiero di questi giovani, e resta un alieno che arranca alla cieca in un mondo per lui incomprensibile, vittima quasi piu' che carnefice, prima dipinto come persona di potere ma poi trattato come un idiota perfino al telefono da sua figlia. E arrivato alla fine, confuso, chiude il film con una frase che mi ha gelato nel suo totale tono di sconfitta: "Cosa pensi che dovrebbe dire un adulto ad un ragazzo ora?"

La habitación del niño (2006) di Álex de la Iglesia

Questa pellicola fa parte della serie televisiva spagnola Peliculas para no dormir, che similmente a Master of Horror si propone come terreno per produzioni di valore ma con budget piu' modesto (che, attenzione, non significa meno belle!). E questo episodio e' affidato ad uno dei registi che seguo sempre con attenzione, fin dai tempi del cultissimo Azione Mutante, passando per El dia de la Bestia e La Comunidad.
E fortunatamente anche in questo format non viene perso il corpus del suo stile. Ci troviamo infatti davanti un film derivativo, ma con intelligenza. Ispirandosi senza nascondersi a classici come Shining, Rosemary's Baby o le prime opere di Argento, riesce con abilita' a raccontare una storia che intriga da subito e non ti lascia fino alla fine. Il caratteristico umorismo nero del regista e' presente in ogni scena e aiuta a non appesantire il tono del racconto, che altrimenti poteva diventare troppo auto compiacente, ma invece permette di integrare perfettamente tutte le molteplici ispirazioni. E la sagacia dell'operazione non finisce qui: infatti inserendo nella narrazione elementi tipici della fantascienza in un contesto da storia di fantasmi (ad esempio l'introduzione delle teorie derivate dalla fisica quantistica), allarga ancora di piu' l'appeal di un prodotto gia' ottimo. Forza Alex, aspetto il prossimo!

Inside (A L'Interieur) (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury

Domenica dedicata all'horror, e parto con questo recente film francese. Ne avevo letto abbastanza bene in giro e allora me lo sono accattato con i sottotitoli.
Prendete il classico tema dell'assedio casalingo ad opera dello psicopatico di turno e mischiatelo con la new wave francese da Alta tensione in poi e potrete avvicinarvi a quello che vi aspetta.
I suoi punti di forza sono la buona interpretazione delle due protagoniste (le due facce della stessa medaglia) e l'atmosfera di pericolo incombente, sempre presente anche nei momenti di transizione; infatti per tutta la durata sono stato attanagliato da una sensazione di malessere che e' il cuore di questi film, ma che purtroppo altrove viene trascurata, puntando solo all'aspetto piu' grafico (e quindi piu' semplice da girare) dell'horror... Che qui non scarseggia, sia ben chiaro! Grazie ad effetti speciali casalinghi ma dall'impatto terrificante, assistiamo a delle scene che colpiscono anche gli stomaci piu' forti, mentre l'abile gioco del vedo-non-vedo, soprattutto nella scena finale, fa letteralmente star male. Sara' pure un espediente gia' visto (confronta il Takashi Miike di Imprint), ma tanto accanimento su una donna incinta fa rabbrividire all'istante. Facendo un paragone, un film come Hostel e' molto piu' gratuito, ma non colpisce altrettanto duro, soprattutto per la stilizzazione della violenza, che qua e' molto piu' realistica e diretta. Naturalmente non puo' mancare il colpo di scena finale, che e' si prevedibile, ma sfrutta bene l'apertura girata in prima persona, spiazzando parzialmente.
Passando alle critiche, come non ricordare i poliziotti francesi. Ora non pretendo comportamenti da regolamento e certificati, ma un po' di decenza nel buttare nella carneficina dei giovanotti che sembrano non aver mai nemmeno visto un bignami di procedura criminale, suvvia! Almeno il buonsenso ne avrebbe salvati un paio, ma d'altronde questa critica spesso si accompagna a molti film, e poco ci si puo' fare, non tutti scelgono di piegare la sceneggiatura per andare incontro alla realta', e non so se sia un bene.
Tutto sommato non mi lamento, la via europea all'horror continua ad essere una buona alternativa a tutti i filmacci senza capo ne' coda che ogni estate Holllywood sforna con lo stampino, quindi aspetto con ansia l'affinarsi di questa buona leva registica, e chissa' che magari il futuro non abbia qualche bella sorpresa in serbo.