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lunedì 16 giugno 2008

Lucía y el sexo (2001) di Julio Medem

Una storia dalle mille sfaccettature come questa non poteva aver miglior narrazione di quella scelta dal talentuoso Julio Medem. Lo scrittore Lorenzo, le due donne della sua vita e il libro che sta scrivendo ispirato dagli avvenimenti che lo coinvolgono sono i motori di una labirintica trama che continuamente si fa e si disfa, si morde la coda, sembra tornare indietro ma procede, senza mai perdere lucidità e anzi dimostrando una coscienza del mezzo cinematografico ammirabile.
Il protagonista (come il regista) è creatore ma anche attore di una storia mossa dalla passione, amara ma fiabesca, in cui ogni immagine assume significato man mano che procede l'esposizione. Il sole, la luna, l'acqua, la buca nel terreno sono parte integrante di una personale mitologia del racconto, che gli permette di trascendere gli eventi e raccontare con semplicità sentimenti complessissimi, assoluti, toccando con delicatezza temi come il desiderio, l'immaginazione e l'amore.
Strepitosi tutti i protagonisti, che danno corpo e anima ad una visione artistica con pochi eguali, ricordando per l'abilità nella gestione della trama alcune opere del maestro Lynch. Le riprese subacquee restano indimenticabili per la sontuosità e l'abile uso delle luci, mentre l'uso del fuori campo in una scena chiave è di assoluta classe.

"Il bello di questo racconto è che a metà cadi in una buca. E torni all'inizio."

mercoledì 4 giugno 2008

Un uomo qualunque (He was a quiet man) (2007) di Frank A. Cappello

Farà anche ridere come nome, ma Frank A. Cappello è diventato un piccolo eroe per me. Scrive e dirige un film assolutamente indipendente, derivativo (come non ricordare Fight Club o Brazil) ma geniale, pieno di stile e idee. Non contento ne scrive le canzoni, con almeno un paio di song azzeccatissimi, e per finire sbirciando la board di imdb me lo trovo pure ad intervenire con interessanti commenti e nessuna autopromozione. Non si può che stimare una persona così, altro che!

Tornando alla pellicola, è la storia di un irriconoscibile Christian Slater nei panni di Bob Maconel, un impiegato tartassato da tutti che, nel giorno in cui decide di farla finita portando con se gli insopportabili colleghi, viene anticipato proprio da uno di questi che sceglie lo stesso giorno per impazzire, ma lo ferma freddandolo con la pistola portata per la strage, e diventa quindi un eroe. La sua vita cambia radicalmente, ma non tutto è come sembra...

Lascio da parte la trama per non rovinare la visione, ma non posso non parlare della perfetta atmosfera in bilico tra paranoia e quotidianità che inquieta per tutta la durata, lasciando un sottile fastidio di fondo anche nelle parti in cui sembra che le cose vadano bene. Non ci si scrolla mai di dosso la sensazione di essere l'impiegato Bob, sempre inappropriato e deriso, grazie alla grande interpretazione di Slater che, per la prima volta in un ruolo fuori dalla sua facciata hollywoodiana, con lo sguardo basso e gli appena visibili tic riesce perfettamente a creare uno sgradevole ma credibile uomo qualunque. La dinamica regia con le sue trovate mette questa performance ancora più in risalto: i repentini cambi d'inquadratura, i fuori fuoco quasi involontari, le deformazioni e le parti in prospettiva forzata creano un universo alieno appena riconoscibile, mentre i pochi (ed economici, ma perdonabili) effetti speciali ricordano che non servono budget assurdi per rendere credibile una scena.

L'incipit con la voce fuori campo e le sgranate immagini in bianco e nero resta comunque indimenticabile, soprattutto per i risvolti che assumerà dopo il tortuoso percorso del protagonista, alla fine del film. (vedi video)

martedì 3 giugno 2008

Persepolis (2007) di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi

A volte succede che un film riesca a raccontare la Storia, il passato e il presente, in modo così naturale e semplice da far dimenticare libri scolastici o noiose tirate da pseudo opinionisti. E se quelle volte riesce anche a divertire, commuovere e rapire, non si può che affermare che stiamo parlando di vera arte. Come è arte ogni minuto di questo piccola ma splendida perla, basata su una graphic novel molto influente, che riesce a non far sentire mai la pesante eredità (d'altronde l'autrice qui sceneggia con grazia la propria biografia).

La storia della piccola Marjane interpreta tutta la storia recente dell'Iran, dallo scià ai tempi moderni, senza mai avere la pretesa di voler giudicare processi storici mastodontici nella loro cieca ottusità, ma cercando solo di capire come siamo giunti a certe situazioni, e da dove nasca il distacco sempre più evidente fra l'occidentale e il medio oriente, riuscendo con leggerezza nella più difficile delle prove, quella di farci condividere le difficoltà di popolazioni che sembrano esistere solo perchè mostrate nei telegiornali, ma che ogni giorno soffrono e lottano contro realtà impensabili per noi cittadini Europei. In quei 90 minuti diventiamo iraniani anche noi, viviamo le stesse persecuzioni e ci indigniamo, piangiamo e ridiamo, mentre le bombe cadono, simili a quelle che cercano di zittire voci libere come quella della Satrapi, colpevoli solamente di cercare la verità.

Lo script così personale e forte diventa sublime grazie alla perfetta transizione dal medium cartaceo, e infatti c'e' solo stupore assistendo alle bellissime scene create direttamente dalle tavole originali. Gli sguardi degli stilizzati personaggi valgono mille parole, mentre alcune inquadrature sono il perfetto esempio di narrazione visuale, riuscendo a raccontare anche solo con pochi tratti profonde verità. Gli indimenticabili occhi curiosi di questa bambina sono forse una delle cose più sincere del cinema recente, secondi solo a quelli del critico bambino in Ratatouille.

venerdì 16 maggio 2008

Gone Baby Gone (2007) di Ben Affleck

Si, avete letto bene il nome del regista, non e' un errore. Il mascellone più famoso di Hollywood esce allo scoperto e fa capire finalmente che non ha mai avuto nulla a che fare con il mestiere di attore, ed è stato finora in incognito per prepararsi alla sua carriera di regista. Ed è un regista con le palle. Al film d'esordio tira fuori una performance senza se e senza ma, un noir dei giorni nostri che porta i plumbei colori di un'insolita Boston al servizio di una storia che nasconde nella gretta quotidianità la sua carismatica forza narrativa.

Già dalla scelta dei protagonisti si nota la spinta nell'innovare il genere, infatti l'insolita coppia di fidanzati detective capitanata dall'altro Affleck convince senza appello, con almeno un paio di scene da manuale: lo scontro verbale che finisce a pistole spianate nel pub è convincente come pochi altri, mentre il suo discorso al trafficante nero è da infarto per la freddezza glaciale.
Non bastasse, a supporto ci sono fior fiore di professionisti che recitano alcuni dei loro migliori ruoli: Morgan Freeman è monumentale come capo della polizia, ed Ed Harris nei panni dell'ispettore dal passato oscuro è troppo bravo per non volergli bene nonostante il personaggio. Ma sopra tutti la quasi irriconoscibile Amy Ryan che, nei panni della madre della bambina scomparsa, nelle poche scene in cui appare non sbaglia una virgola, caratterizzando perfettamente una donna allo sbando, odiosissima ma preoccupantemente reale. Nomination all'Oscar meritatissima.

E ci sarebbero mille dettagli da ricordare, dalla crudissima scena della sparatoria nella casa del pedofilo fino allo straordinario cambio di direzione/ritmo a metà film, dall'agghiacciante scambio al lago artificiale fino al dialogo sul tetto, ma voglio solo soffermarmi sull'ultimo fotogramma, quello che mi e' rimasto dentro per giorni: la solitudine, l'amore, il futuro, la purezza, mescolate in una breve carrellata laterale, e poi i titoli di coda. Se non è cinema allo stato puro questo...

mercoledì 14 maggio 2008

Choses secrètes (2002) di Jean-Claude Brisseau

Una contorta e cupa favola moderna. Le due protagoniste passano dal lavoro in un night club alla scalata sociale, sole contro tutti, usando come armi la seduzione e l'imbroglio.
Approdate in una grande azienda come segretarie, si fanno strada a modo loro, e ci riescono. Determinate a sfruttare i sentimenti e le passioni altrui, non si fermano di fronte a nulla. Vedono le persone, sopratutto gli uomini, come pezzi di una scacchiera, manipolabili a proprio piacimento e perciò sacrificabili. Ma anche per loro arriva la resa dei conti, quando diventano vittime del proprio gioco...

Una sontuosa cinematografia tiene in piedi questa pellicola che a tratti convince (vedi la prima parte con l'iniziazione della più giovane, convincente racconto di formazione), e riesce ad inserire con gusto prolungate scene di sesso senza troppe censure, ma che perde un po' di forza nel prosieguo, tropo carico di metafore che ne appesantiscono la struttura.
Ma forse la cosa meno convincente è il protagonista maschile che, invece di catturare la scena e giustificare il suo ruolo cardine nei tragici eventi, resta nell'ombra delle due splendide attrici, senza dare mai l'impressione di valere ciò che richiederebbe l'intreccio narrativo. Inoltre dei rapporti con alcuni personaggi di secondo piano vengono un po' troppo semplificati, minando la credibilità di alcune scene. Ed è un peccato, perché la rappresentazione del marcio al di sotto della società perbenista è sottilmente inquietante, e il finale, pur ispirandosi un po' troppo a quello di Eyes Wide Shut, risulta molto ben calibrato.

PS: Ora che ci penso, l'accostamento al capolavoro finale di Kubrick mi porta ad ammettere che, anche con tutto i suoi difetti, Tom Cruise resta sempre un attore di assoluto valore, peccato solo per certe scelte artistiche.

mercoledì 30 aprile 2008

[Fiction] Dexter: Season one

Ho finito di vedere la prima season. E che spettacolo! Non perde un colpo, ogni puntata è riuscita ad entusiasmarmi senza distinzione. Il protagonista assolutamente perfetto, sempre in equilibrio tra il bene e il male, riesce a dipingere un personaggio fuori dalle righe come pochi altri della fiction moderna. Comprimari di gran classe, in primis la sorella, che messa in un altro contesto avrebbe rubato ogni scena. Ma ci sono anche i colleghi di Dexter, ognuno con la sua personalità ben definita e ai quali non si può non affezionarsi (Batista numero uno!).

Promosso su tutta la linea, passiamo alla seconda stagione, così mi gusto anche il doppiaggio originale, anche se devo dire che questa volta il lavoro fatto e' stato ottimo sia nella caratterizzazione che nel tono generale (a differenza di Heroes, che fraintende completamente in più di un'occasione).

domenica 20 aprile 2008

Juno (2007) di Jason Reitman

Film sottile questo Juno. Si fa piacere per tutti i motivi che non ti aspetteresti da una pellicola con tutto questo hype. Dispiace dirlo, ma a volte quello che precede l'uscita di un film a volte rischia di corromperne la visione. E questo vale per le polemiche (inutili e fuori luogo) quanto per le nomination, e l'oscar vinto in questo caso. Tutte queste cose assieme (e l'eventuale fauna da sala che avrebbe potuto aspettarmi al cinema) mi preoccupavano un po', ma visto che la versione originale, pronta da un pezzo, non riusciva a trovare posto nella mia programmazione, ho dovuto malavoglia optare per la nostra cara uscita doppiata.
Fortunatamente posso lamentarmi solamente di questo, infatti l'adattamento mi è sembrato assai stridente nei toni (troppo positivi?), soprattutto nelle parti che rendono il film un gioiellino, cioè quelle in perfetto equilibrio tra il melodramma e la commedia, dove si vede la vera bravura della lodata Diablo Cody, sceneggiatrice ex stripper (con manie di protagonismo sembra, ma come darle torto!) che avrà sicuramente una grande carriera davanti a sè, vista l'abilità dimostrata in quest. Infatti se in Thank You for Smoking tutte le lodi erano per il giovane Reitman e la sua frizzante direzione, qua capisce tutto e si mette un po' da parte, lasciando il campo ad uno script praticamente inattaccabile, che correva il solo rischio di essere sovra recitato. Ed entra in gioco il secondo miracolo, questa Ellen Page che ai più sembra essere spuntata dal nulla, ma che senza modestia tenevo d'occhio da tempo, dopo aver visto lo sconvolgente ed inedito in Italia Hard Candy, che mi aveva portato all'attenzione in tempi non sospetti la sua cristallina bravura.

L'attrice poco più che diciannovenne riesce nella difficile impresa di portare in scena tutti i tic, i pensieri e le insicurezza di un adolescente, senza mai risultare didascalica né bidimensionale. La vediamo su quello schermo e pensiamo che è proprio Juno, una ragazzina che cerca di affrontare come meglio le riesce una situazione difficile in cui si è ficcata. Non ci sono sottotesti moralistici o parallelismi sottili, e' puro e semplice cinema che parla di persone e fatti, ed è forse il miglior cinema indipendente degli ultimi tempi, se così si può chiamare senza offendere nessuno.
Perché del cinema indipendente ha sì le origini, ma riesce a staccarsi dagli stereotipi ormai pesanti fatti di famiglie problematiche (quella di Juno e' una famiglia che, per quanto non perfetta, piace allo spettatore senza mai ammiccare), società ostile (nel film la società offre varie possibilità alla neo mamma, a patto che lei sappia accettare la propria situazione per prima) e finali strappalacrime (per quanto questo non sia neppure un happy ending hollywoodiano badate!).
Una boccata d'aria, alla faccia di chi è riuscito a strumentalizzarlo senza pudore.

domenica 6 aprile 2008

The Nines (2007) di John August

Pensavo di aver visto il lavoro di sceneggiatore sviscerato in ogni suo dettaglio nel notevole Il ladro di orchidee, ma qui siamo un passo avanti, metacinema allo stato puro.
John August, collaboratore fisso di Tim Burton (il mestiere si vede in ogni scena), se ne esce con il primo lungometraggio alla regia e parte con il botto. La trama e' una sorpresa dall'inizio alla fine, ma a grandi linee racconta in capitoli tre storie apparentemente separate ma la cui tematica unificante apparirà chiara solo nel finale. Mentre la prima parte e' girata in bilico fra commedia e thriller, utilizzando gli stilemi propri di molto cinema USA moderno ma con personalità, la seconda e' interamente ripresa dal punto di vista dell'operatore di camera in un reality che segue lo sceneggiatore di un serial in produzione (!!!!). A parole sembra complicato, ma su schermo viene resa benissimo la dicotomia tra il creatore (sceneggiatore) e il creato (serial), che a loro volta sono oggetto di un medium esterno, il reality, con notevoli implicazioni: per il creatore e' importante realizzare il serial, anche a costo di spiacevoli scelte che sono pero' positive per la realizzazione stessa dell'opera, mentre nell'ottica reality piu' le cose si complicano e precipitano tanto migliore e piu' godibile e' il prodotto. E non a caso il protagonista confessa di cominciare a confondere la realtà con suo script, sentendosi come osservato da sé stesso mentre vive la propria vita. Senza tralasciare il tema dell'identità, siamo di fronte a un trattato sull'essenza stessa della realtà e la sua percezione, con linguaggio cinematografico.
E quindi arriva la terza parte che, con stile da fiction televisiva (e qua ci ricolleghiamo alla stratificazione dei medium) stravolge e reinventa la storia in modo tanto inaspettato quanto soddisfacente, senza forzature e con il piacevole senso di circolarità delle migliori opere.
Non si dimentica facilmente la poliedrica interpretazione di Ryan Reynolds, che ora seguirò con piu' attenzione, e l'incredibile presenza di Melissa McCarthy, che illumina ogni scena col suo sorriso, mentre lascia senza fiato l'accompagnamento sonoro, soprattutto nella parte iniziale e quella conclusiva.
Ed ora cercate gli altri 9, dato che questo film lo e' di sicuro un bel 9.

Sublime (2007) di Tony Krantz

Strano film questo Sublime. Osservando il poster potrebbe sembrare il solito filmaccio sulla falsa riga dei torture-horror tanto di moda. Poi ci ficcano dentro pure una tetta vista da tre quarti (che -curiosamente- ho notato mancare dalla versione per certi mercati, e qui si capisce ancora meglio quello che sto per argomentare), segno che il reparto marketing ha svolto il suo compito di rubare qualche noleggio/acquisto a persone che poi resteranno chiaramente deluse da un DVD che non rispecchia cio' che e' sottinteso all'esterno. Fortunatamente evito di farmi sviare da simili trucchetti e quindi, seguendo impressioni positive pescate qua e la' nella navigazione quotidiana, mi sono accinto alla visione. E posso dire di non aver sprecato il mio tempo.
Senza voler troppo spolierare, data la natura particolare della trama, mi limito a dire che viene raccontata la storia del protagonista George, il quale deve sottoporsi ad una operazione di routine in ospedale, ma non tutto va per il verso giusto...
La storia principale e' intervallata da una serie di flashback che aiutano pian piano ad entrare negli eventi ed inquadrare meglio certe scene all'apparenza insensate, non senza tenere sempre sbilanciato lo spettatore con situazioni surreali, che potrebbero infastidire i meno pazienti (vd. nota iniziale sul marketing). Quelli che non hanno fretta vengono invece ricompensati da un'organizzazione narrativa sì derivativa (quello a Jacob's Ladder e' piu' che un omaggio), ma anche interessante e minuziosa, con una risoluzione che, pur nel suo essere qualcosa di gia' visto, non manca di avere cuore e stile (onore al regista e al direttore della fotografia per le riprese geometriche ma mai pretestuose né da videoclip).
Non si puo' nascondere che certe metafore sociali a volte troppo tirate e l'immaginario religioso un po' calcato (nonche' una scena di sesso gratuita, anche se di nuovo vedo lo zampino della produzione) appesantiscano la struttura, ma non abbastanza da penalizzare l'opera, che con coraggio riesce a restare in equilibrio tra horror, thriller e dramma senza per questo perdere le caratteristiche migliori di ognuno dei tre generi. E alla fine restano maggiormente nella memoria gli interessanti e articolati rapporti fra i credibili personaggi che non le comunque presenti scene sanguinose... e pensare che quasi lo scambiavo per Hostel dalla copertina!

giovedì 3 aprile 2008

Land of the Blind (2006) di Robert Edwards

Coraggioso esempio di distopia che, con intelligenza e senza essere troppo scontato, racconta la storia di mille rivoluzioni fallite, usando abilmente episodi storici come ispirazione e lasciando il resto ad una sapiente regia che coinvolge fin dalla prima scena.
Un Ralph Fiennes in grande forma regala una memorabile interpretazione, mentre Donald Sutherland nei panni del rivoluzionario intellettuale ruba la scena in ogni sua apparizione.
La narrazione acronologica ma mai eccessiva, un po' alla Memento (che ricorda anche per la fotografia particolarmente vivida e cruda) da' un ulteriore tocco di classe, e fa risaltare ancora di piu' le contraddizioni e i paradossi di un potere che sembra unicamente una forza in grado di corrompere ogni ideale o morale. E' una visione completamente pessimista e senza possibilita' di salvezza, che culmina nell'allucinato finale con il protagonista ormai alienato da ogni collegamento con la realta' che rinuncia anche alla propria identita', diventando un perfetto nessuno. Inquietante.

domenica 30 marzo 2008

Paris, Je T'Aime (2006)

Divertissment di notevole fattura, con grandi nomi sia alla regia che come attori. Sono 18 piccoli minimetraggi che ripercorrono i quartieri di Parigi, senza nemmeno prendersi la briga di amalgamare le storie, ed e' questo il bello di tutta l'operazione. La leggerezza della narrazione e' adatta al formato scelto, anche se alcuni degli episodi vanno un po' piu' in profondita' del semplice esercizio stilistico.
Abbiamo in ordine sparso:

  • Alfonso Cuarón come da copione infila uno dei suoi piani sequenza, che sembra raccontare una storia di tradimento per poi ribaltare tutto con un divertente finale
  • Un simpatico siparietto con protagonisti dei mimi, dal regista del poco conosciuto ma bellissimo Appuntamento a Belleville
  • Gus Van Sant che non riesce a resistere senza mettere dei bei ragazzi nelle sue opere...
  • Tom Tykwer come con Lola continua a correre come un matto nelle sue cinetiche narrazioni, ma lascia il segno, grazie anche a una Natalie Portaman in parte. (ecco l'intero corto)
  • Wes Craven fa il suo dovere e porta a casa la pagnotta, ma senza troppo impegnarsi. Lo salva in corner oscar Wilde (!)
  • La Coixet, dopo l'indimenticabile La mia vita senza me, riparte dallo stesso spunto per analizzare un Sergio Castellitto in crisi matrimoniale. Forse un po' troppo derivativo, ma godibile.
  • Uno stupendo e appassionato omaggio di Vincenzo Natali al cinema muto, ma soprattutto ai film di vampiri, con ironia e stile (grandissimo l'uso del rosso, gustatevelo qui)
  • I fratelli Coen a ruota libera che con sottile humor nero prendono in giro l'atteggiamento del classico turista (americano?) che pende dalle guide, con uno sbattutissimo Buscemi.
  • Di contrasto l'ultima parte di Alexander Payne parte con una metanarrazione che sembra un'ancora piu' amara critica del turismo senza cervello che tanto va di moda a questi tempi, ma sorprende nel finale prendendo una piega altrettanto amara, ma melanconica e personale, concludendo in modo perfetto un film sempre in bilico fra i generi.

giovedì 27 marzo 2008

Irina Palm (2007) di Sam Garbarski

Dignita'. La parola chiave di questo film e' dignita'. Come quella che la protagonista esprime in ogni inquadratura, senza mai sovraccaricare il personaggio, quasi sottovoce.
E' un film che idealmente poteva essere un disastro, ma inaspettatamente riesce a realizzarsi in tutte le direzioni che la trama offre. E che trama, oddio! Poteva essere la barzelletta degli sceneggiatori: una nonna per raccogliere i soldi necessari a curare il nipotino malato si improvvisa sex worker, e va a lavorare in un equivoco nightclub dove, in parole povere, fa le seghe agli uomini! Si esatto, proprio le seghe, da dietro un muro e attraverso un buco. E' proprio cosi' che lei lo spiega alle sue anziane amiche nella scena piu' memorabile, senza nessun giro di parole, facendo venire a galla in un attimo la loro ipocrisia perbenista, che pero' incredibilmente si trasforma in curiosita' e (azzardo!) quasi accettazione.
Quello in cui si muove la protagonista e' un mondo di squali, un mondo che non perdona e che non ha nulla da offrire a lei e alla sua famiglia, tutti destinati a soffrire per la loro situazione economica. E' lei per prima ad accorgersi amaramente di non valer nulla, la societa' non puo' darle lavoro, ma trova la forza di rialzare la testa e crederci. All'inizio non molto convinta, ma poi sempre piu' consapevole delle possibilita', si inventa una via di fuga, senza lasciar che la falsa morale comune fermi il suo coraggioso piano. Superato questo dilemma improvvisamente si trasforma, si sente di nuovo una persona viva e capisce che puo' farcela. Infatti diventa pure brava, guadagnandosi il nome d'arte che da' il titolo al film e diventando una grossa fonte di guadagno per il proprietario del locale, col quale nascera' un curioso rapporto di stima e comprensione, che riesce a ridare fiducia ad entrambi. Ma non c'e' mai accenno di buonismo in questa Londra truce e dolente, scandita con precisione nella sua ineluttabilità da un ipnotico post rock acustico, le cui chitarre taglienti restano dentro. E l'unica spinta per farcela non sembra nemmeno arrivare dalla famiglia, che travisa tutto e si dimostra ostile nonostante le legittime intenzioni , ma forse proprio da dentro se stessi, e magari nei posti dove meno ce lo si aspetta.

domenica 24 febbraio 2008

Battle Royale (2000) di Kinji Fukasaku

Oggi ho finalmente trovato l'occasione di guardare un film che aveva suscitato il mio interesse un bel po' di tempo fa. E' tanto che l'ho da parte, e cosi' mi sono gustato direttamente la Director's Cut.
Geniale l'idea e geniale la messa in scena: il governo giapponese, esasperato dalla gioventu' incontrollabile, inventa un terribile gioco di sopravvivenza in cui una classe di adolescenti (selezionata casualmente) viene portata su un'isola disabitata e lasciata la' per tre giorni ad uccidersi, tempo entro il quale deve restare un unico sopravvissuto, pena la morte di tutti i rimasti.
La trama, che poteva essere un pretesto per uno splatter/horror fatto solo di un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, si eleva e riesce ad essere un susseguirsi di morti sempre piu' assurde, ma che vince nel dare quel qualcosa in piu', che trasforma il film in classico istantaneo. Le scenette d'amore fuori luogo solo all'apparenza mentre la gente muore ovunque, l'elenco aggiornato delle morti con tanto di matricola e giocatori restanti, l'interessante elemento casuale dell'arma assegnata ad ognuno, i campi lunghi con i soldati messi come giocattoli... tutto si amalgama nel creare un'atmosfera che sbilancia, essendo plausibile e surreale allo stesso tempo. Si vedono relazioni nascere e crollare come si potrebbe assistere ogni giorno osservando dei gruppi di ragazzi, ma tutto ingrandito dalla lente della morte sempre incombente. La sopravvivenza porta all'esasperazione le situazioni, elimina l'ipocrisia della vita moderna con una semplicita' terribilmente spietata. E il labirinto di amicizie, odi, amori degli studenti protagonisti (e dei giovani in generale) e' quanto di piu' incomprensibile possa esistere per l'adulto. Il maestro Kitano, interpretato da un favoloso Takeshi Kitano, fa quasi pena nel suo tentatvio di comprensione. Anche messo di fronte alla linearita' creata dalla situazione, non riesce ad avvicinarsi al pensiero di questi giovani, e resta un alieno che arranca alla cieca in un mondo per lui incomprensibile, vittima quasi piu' che carnefice, prima dipinto come persona di potere ma poi trattato come un idiota perfino al telefono da sua figlia. E arrivato alla fine, confuso, chiude il film con una frase che mi ha gelato nel suo totale tono di sconfitta: "Cosa pensi che dovrebbe dire un adulto ad un ragazzo ora?"

sabato 23 febbraio 2008

The History Boys (2007) di Nicholas Hytner

E' interessante come a volte certi film entrino nella mia rotazione senza nemmeno ricordarne il motivo (e visto che disdegno i noleggi, immagino il mio feed reader abbia le sue colpe!). E sono poi quelli che danno piu' soddisfazione, senza aspettative vengono valutati meglio.
E' il caso di questo film, abbastanza sconosciuto da noi, ma molto apprezzato all'estero, anche perche' tratto da una riuscita opera teatrale. E infatti si notano tutte le caratteristiche ereditate: dialoghi precisi e brillanti, con una profondita' rara nel medium cinematografico, personaggi delineatissimi e godibili, locazioni semplici e abbastanza ridotte, ma soprattutto scene che spesso stanno in piedi da sole, quasi a rappresentare gli atti teatrali. Il tutto mischiato con tono leggero ma che sa diventare serio nelle parti che si muovono tra tragedia a commedia amara. Ed e' questo equilibrio la parte piu' viva del film, che affronta temi non facili come la maturazione, l'educazione, il ruolo della cultura, l'omossessualita', in maniera mai banale e personalissima, senza urlare verita' assolute, ma dando allo spettatore gli strumenti per formare sia l'opinione che l'eventuale critica della stessa. Strepitosi tutti gli interpreti, che sono gli stessi dell'opera teatrale, sempre credibili e mai tentati da inutili virtuosismi, con una menzione particolare al professore Hector, che con la sua mole e bravura domina ogni scena e trasuda professionalita' in ogni battuta, facendo valere le sue origini di vero attore shaksperiano.