David Mamet torna alla regia con questa piccola perla. Una commedia frizzante, leggera ma mai banale che racconta le vicissitudini di una troupe cinematografica che si stabilisce in un piccolo paesino del Vermont per terminare di girare il loro film, dopo alcuni problemi avuti nella location precedente.
Prevedibilmente le difficoltà si trasferiscono con loro, alimentate da star capricciose, fondi sempre più a secco, sceneggiatori col blocco dello scrittore, senza dimenticare le dinamiche innestate nella tranquilla vita paesana, che aumentano esponenzialmente l'entropia già enorme del progetto. Si sprecano riferimenti e frecciate a Hollywood e le sue schizofrenie, ma tutte queste attenzioni non sono che segno di un amore smisurato per la settima arte, e aumentano ancora di più il fascino dell'interessante e colorato carrozzone che è il mondo del cinema.
Un gigantesco Alec Baldwin nei panni del protagonista del film nel film, alcolizzato e con una predilezione per le minorenni, diverte con un interpretazione sopra le righe ma credibilissima, che non manca di suggerire come la gestazione di una pellicola non sia poi molto differente. William H. Macy dà vita ad un regista completamente fuori controllo, incapace di pensare ad altro che tenere assieme le assurde personalità che popolano il set. Il suo ultimo pensiero è la qualità del prodotto, basta che si esca con qualcosa (pure il titolo è sacrificabile), tanto il pubblico premierà non il valore ma i nomi coinvolti. Ogni mezzo è buono pur di sfornare il prodotto, e si può passare sopra la legge e la morale senza esitazione. Provate per un secondo ad inquadrare con questa formula tanti blockbuster che ci vengono proposti a catena, e poi fatemi sapere... Non è forse questo il mestiere più bello del mondo?
PS: Un plauso al titolo italiano, che come al solito si allontana dall'originale, ma per una volta riesce ad essere ispirato e attinente, e forse pure più azzeccato!
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martedì 29 luglio 2008
mercoledì 4 giugno 2008
Un uomo qualunque (He was a quiet man) (2007) di Frank A. Cappello
Farà anche ridere come nome, ma Frank A. Cappello è diventato un piccolo eroe per me. Scrive e dirige un film assolutamente indipendente, derivativo (come non ricordare Fight Club o Brazil) ma geniale, pieno di stile e idee. Non contento ne scrive le canzoni, con almeno un paio di song azzeccatissimi, e per finire sbirciando la board di imdb me lo trovo pure ad intervenire con interessanti commenti e nessuna autopromozione. Non si può che stimare una persona così, altro che!Tornando alla pellicola, è la storia di un irriconoscibile Christian Slater nei panni di Bob Maconel, un impiegato tartassato da tutti che, nel giorno in cui decide di farla finita portando con se gli insopportabili colleghi, viene anticipato proprio da uno di questi che sceglie lo stesso giorno per impazzire, ma lo ferma freddandolo con la pistola portata per la strage, e diventa quindi un eroe. La sua vita cambia radicalmente, ma non tutto è come sembra...
Lascio da parte la trama per non rovinare la visione, ma non posso non parlare della perfetta atmosfera in bilico tra paranoia e quotidianità che inquieta per tutta la durata, lasciando un sottile fastidio di fondo anche nelle parti in cui sembra che le cose vadano bene. Non ci si scrolla mai di dosso la sensazione di essere l'impiegato Bob, sempre inappropriato e deriso, grazie alla grande interpretazione di Slater che, per la prima volta in un ruolo fuori dalla sua facciata hollywoodiana, con lo sguardo basso e gli appena visibili tic riesce perfettamente a creare uno sgradevole ma credibile uomo qualunque. La dinamica regia con le sue trovate mette questa performance ancora più in risalto: i repentini cambi d'inquadratura, i fuori fuoco quasi involontari, le deformazioni e le parti in prospettiva forzata creano un universo alieno appena riconoscibile, mentre i pochi (ed economici, ma perdonabili) effetti speciali ricordano che non servono budget assurdi per rendere credibile una scena.
L'incipit con la voce fuori campo e le sgranate immagini in bianco e nero resta comunque indimenticabile, soprattutto per i risvolti che assumerà dopo il tortuoso percorso del protagonista, alla fine del film. (vedi video)
martedì 27 maggio 2008
Bignami: Iron Man, Paranoid Park, Halloween
Dato che mi sono preso un po' indietro e difficilmente in questo periodo troverò il tempo di recuperare, ho deciso di fare un post bouillabaisse con i film incriminati. Partiamo subito.
Iron man (2008) di Jon Favreau
Cosa si poteva chiedere di più?
C'è l'armatura, perfetta nella sua possenza, c'è Robert Downey Jr. in uno dei suoi migliori ruoli, c'è la Paltrow finalmente a suo agio nei brillanti panni della segretaria Pepper Pots, c'è un irriconoscibile Jeff Bridges perfetto cattivo, e alla fine dopo i titoli persino l'incredibile siparietto che lascia presagire altro...
I film basati sui supereroi spesso nascondono dietro l'allettante licenza l'opzione pacco, in quanto basta poco per passare dalla meraviglia di fronte ai beniamini portati sullo schermo al b-movie senza scampo. Per buttare via un soggetto interessante come Iron Man sarebbe bastato un attimo, mentre Favreau intelligentemente sceglie di lasciare campo aperto alla grande interpretazione del protagonista, che dosa perfettamente lo humor creando un personaggio cazzaro ma piacevole, sempre sopra le righe ma mai macchietta, tanto che ora sembra impossibile immaginare un Tony Stark diverso. E se mi arrischio a dire che siamo a livello del miglior Sam Raimi, non tiratemi le pietre...
Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant
La nuova opera del grande regista indipendente americano ipnotizza fin dall'inizio. Sceglie di raccontare una storia comune come solo lui sa fare, modellando la luce, i colori con una maestria forse unica nel panorama attuale, e trasformando un fatto centrale che potrebbe essere raccontato con poche frasi in uno straziante racconto di crescita adolescenziale, senza inutili moralismi ma implacabile specchio di una quotidianità che riesce a spaventare per la sua attinenza e spietata precisione. Non succede quasi nulla, ma il dramma è di assoluta potenza. E la scena che spezza in due il film, quella della presa di coscienza del giovane protagonista sotto la doccia, lascia senza parole per l'incredibile uso di luce e ombre nel creare una vera e propria odissea nelle profondità dell'animo umano. Possono essere accusati di essere solo virtuosismi, ma quanti riescono a smuovere come ancora sa fare Van Sant?
Il resto sono inutili critiche...
Halloween (2007) di Rob Zombie
Sembrava poter essere il film con cui Rob Zombie dava il colpo finale, ed invece dovremmo ancora aspettare un po'...
Un inizio magistrale che ci racconta l'infanzia di Michael Myers viene stemperato dalla seconda metà in cui, forse per timore nei confronti del materiale originale, il regista fa solamente il suo dovere, senza quel tocco che abbiamo imparato ad amare. Siamo sempre sopra la media dei tanti brutti film horror simili, ma le sue capacità sono tutt'altra cosa e dispiace vederle sprecate.
Sheri Moon Zombie nella sua bellezza all american mista schizofrenia resta indiscutibilmente una presenza magnetica, che da sola porta avanti la storia, e non dimentichiamo la piccola parte di Danny Trejo, che forse per la prima volta viene caratterizzato con dei sentimenti (!).
Promosso solo perché ti conosciamo, Rob!
Iron man (2008) di Jon Favreau
Cosa si poteva chiedere di più?C'è l'armatura, perfetta nella sua possenza, c'è Robert Downey Jr. in uno dei suoi migliori ruoli, c'è la Paltrow finalmente a suo agio nei brillanti panni della segretaria Pepper Pots, c'è un irriconoscibile Jeff Bridges perfetto cattivo, e alla fine dopo i titoli persino l'incredibile siparietto che lascia presagire altro...
I film basati sui supereroi spesso nascondono dietro l'allettante licenza l'opzione pacco, in quanto basta poco per passare dalla meraviglia di fronte ai beniamini portati sullo schermo al b-movie senza scampo. Per buttare via un soggetto interessante come Iron Man sarebbe bastato un attimo, mentre Favreau intelligentemente sceglie di lasciare campo aperto alla grande interpretazione del protagonista, che dosa perfettamente lo humor creando un personaggio cazzaro ma piacevole, sempre sopra le righe ma mai macchietta, tanto che ora sembra impossibile immaginare un Tony Stark diverso. E se mi arrischio a dire che siamo a livello del miglior Sam Raimi, non tiratemi le pietre...
Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant
La nuova opera del grande regista indipendente americano ipnotizza fin dall'inizio. Sceglie di raccontare una storia comune come solo lui sa fare, modellando la luce, i colori con una maestria forse unica nel panorama attuale, e trasformando un fatto centrale che potrebbe essere raccontato con poche frasi in uno straziante racconto di crescita adolescenziale, senza inutili moralismi ma implacabile specchio di una quotidianità che riesce a spaventare per la sua attinenza e spietata precisione. Non succede quasi nulla, ma il dramma è di assoluta potenza. E la scena che spezza in due il film, quella della presa di coscienza del giovane protagonista sotto la doccia, lascia senza parole per l'incredibile uso di luce e ombre nel creare una vera e propria odissea nelle profondità dell'animo umano. Possono essere accusati di essere solo virtuosismi, ma quanti riescono a smuovere come ancora sa fare Van Sant?
Il resto sono inutili critiche...
Halloween (2007) di Rob Zombie
Sembrava poter essere il film con cui Rob Zombie dava il colpo finale, ed invece dovremmo ancora aspettare un po'...Un inizio magistrale che ci racconta l'infanzia di Michael Myers viene stemperato dalla seconda metà in cui, forse per timore nei confronti del materiale originale, il regista fa solamente il suo dovere, senza quel tocco che abbiamo imparato ad amare. Siamo sempre sopra la media dei tanti brutti film horror simili, ma le sue capacità sono tutt'altra cosa e dispiace vederle sprecate.
Sheri Moon Zombie nella sua bellezza all american mista schizofrenia resta indiscutibilmente una presenza magnetica, che da sola porta avanti la storia, e non dimentichiamo la piccola parte di Danny Trejo, che forse per la prima volta viene caratterizzato con dei sentimenti (!).
Promosso solo perché ti conosciamo, Rob!
venerdì 16 maggio 2008
Diary of the Dead (2007) di George A. Romero
Il vecchio George dà una rinfrescata alla franchigia con questo nuovo capitolo sugli zombie. E parte da una tecnica per lui nuova, la presa diretta alla Blair Witch, e anche se d'ora in avanti la telecamera a spalla sarà meglio evitarla (un po' inflazionata, vedi Cloverfield, Rec e compagnia bella), in questo film fa perfettamente il suo dovere. E infatti l'artificio della ripresa continua, che a volte puo' sembrare pretestuoso (come nel già citato film del mostro grosso... quello rischia la pelle e riprende a tutto spiano!), qui acquista tutt'altro valore grazie all'intelligente script, che pone come protagonisti una troupe cinematografica di studenti che sta girando un horror quando scoppia l'epidemia dei morti viventi. Gli stessi zombie, nella loro inesorabile lentezza, si prestano bene alle riprese, che in situazioni più drammatiche sembrerebbero fini a se stesse.Gli attori non brillano, complici anche le studiate riprese fai da te, ma il continuo gioco di ammiccamenti, riferimenti e rimandi agli altri capitoli porta avanti senza problemi la pellicola. Ciò che colpisce di più è la nemmeno tanto velata critica alla società media dipendente, dal Grande Fratello ai telegiornali sensazionalistici, senza risparmiare la youtube generation; la sensazione che nulla sia reale se non ripreso in qualche modo dà alle drammatiche scene un gusto distante dalla fiction, e pone lo spettatore nello scomodo posto di giudice di eventi forse generati dal suo stesso voyerismo. Gli stessi protagonisti altro non sono che attori di un film all'interno del film, in un continuo scambio tra osservatori ed osservati che sbilancia e confonde.
Non ci troviamo di fronte al solito horror quindi, anche se non mancano i momenti gore, con almeno un paio di uccisioni notevoli, coadiuvati da sequenze d'azione fatte con mestiere, ma la cosa più agghiacciante resta la scena finale della tortura agli zombie, quasi un'ultima, impietosa analisi sociale: la desensibilizzazione nei confronti della morte e' forse il primo passo verso qualcosa di peggiore?
Gone Baby Gone (2007) di Ben Affleck
Si, avete letto bene il nome del regista, non e' un errore. Il mascellone più famoso di Hollywood esce allo scoperto e fa capire finalmente che non ha mai avuto nulla a che fare con il mestiere di attore, ed è stato finora in incognito per prepararsi alla sua carriera di regista. Ed è un regista con le palle. Al film d'esordio tira fuori una performance senza se e senza ma, un noir dei giorni nostri che porta i plumbei colori di un'insolita Boston al servizio di una storia che nasconde nella gretta quotidianità la sua carismatica forza narrativa.Già dalla scelta dei protagonisti si nota la spinta nell'innovare il genere, infatti l'insolita coppia di fidanzati detective capitanata dall'altro Affleck convince senza appello, con almeno un paio di scene da manuale: lo scontro verbale che finisce a pistole spianate nel pub è convincente come pochi altri, mentre il suo discorso al trafficante nero è da infarto per la freddezza glaciale.
Non bastasse, a supporto ci sono fior fiore di professionisti che recitano alcuni dei loro migliori ruoli: Morgan Freeman è monumentale come capo della polizia, ed Ed Harris nei panni dell'ispettore dal passato oscuro è troppo bravo per non volergli bene nonostante il personaggio. Ma sopra tutti la quasi irriconoscibile Amy Ryan che, nei panni della madre della bambina scomparsa, nelle poche scene in cui appare non sbaglia una virgola, caratterizzando perfettamente una donna allo sbando, odiosissima ma preoccupantemente reale. Nomination all'Oscar meritatissima.
E ci sarebbero mille dettagli da ricordare, dalla crudissima scena della sparatoria nella casa del pedofilo fino allo straordinario cambio di direzione/ritmo a metà film, dall'agghiacciante scambio al lago artificiale fino al dialogo sul tetto, ma voglio solo soffermarmi sull'ultimo fotogramma, quello che mi e' rimasto dentro per giorni: la solitudine, l'amore, il futuro, la purezza, mescolate in una breve carrellata laterale, e poi i titoli di coda. Se non è cinema allo stato puro questo...
domenica 11 maggio 2008
Teeth (2007) di Mitchell Lichtenstein
Ecco il famoso film della vagina dentata. Si, avete proprio letto bene, il film parla di una ragazza con questo piccolo problema. E riesce miracolosamente a restare serio per tutta la durata, portando in scena alcune delle più ataviche paure maschili con molta sottigliezza, nascondendo i molteplici strati di interpretazione sotto l'ambientazione da periferia bene, in cui l'unica nota stonata (quasi simpsoniana) e' la grigia centrale nucleare che domina la cittadina, e che con i suoi sbuffi di fumo segna il ritmo della narrazione.Il tono tra l'humor nero e il dramma personale è funzionale, e riesce rendere interessante una storia che sembrava finita già nel racconto dell'exploit principale, riuscendo a costruirci intorno un piccolo mondo credibile (nei limiti) e dettagliato. Personaggi un po' sovra recitati come il fratello sbandato (ma chi non lo sarebbe diventato a vedersi morso un dito dalla vagina della sorella in giovane età?) o il dottore sono perdonabili, grazie alla forte carica personale messa dalla giovane Jess Weixler nel caratterizzare una teenager che cerca nella castità la risposta ai normali dubbi dell'adolescenza ma che nel suo caso risiedono in questioni più profonde, qui simbolizzate inequivocabilmente dalla dentata protagonista.
Menzione finale il discorso sul palco, perfetto nella visione distorta quasi da incubo e scandito dagli inquietanti cori simil-religiosi, ed efficace come poche altre scene nell'esprimere la confusione dell'attrice.
Death Sentence (2007) di James Wan
Guradatevi bene il poster perchè non c'è altro. Non ho parole per l'insulto che è stato questo film.Mi dico: Saw ha fatto il suo, innovativo quanto basta e girato decentemente. Guardo il rating imdb e, pensando il genere sia simile, valuto il suo 6.9 come un ottimo voto (nota: alcuni horror veramente notevoli prendono sempre voti bassi in quel covo di mainstreamers, un 5 spesso infatti nasconde grandi opere) e commetto l'errore, il primo, di dargli un minimo credito da giustificare la visione. Comincia il film e via con il secondo, alias "crediamoci!": la prima mezz'ora abbondante è ottima, crea la giusta tensione che mi fa allarmare per ogni dettaglio fuori dalla norma, degli innocui fari nello specchietto retrovisore mi fanno pensare al peggior incidente, sono sull'orlo della poltrona; tutto perfetto quindi, l'atmosfera ideale per un pezzo forte che dovrebbe colpire duro.
Ed invece il caro Wan, pace all'anima sua, mi rovescia addosso una misto tra poliziesco fallito e un gangsta movie dei poveri, con finale featuring Kevin Bacon nei panni di Rambo. E non scherzo, proprio quell'attore là, non Steven Segal nè Van Damme, da perfetto ed innocuo cittadino si trasforma in macchina da guerra, e con armi di ogni tipo porta distruzione/morte ai delinquenti peggio caratterizzati degli ultimi tempi (quasi ti aspetti che i tatuaggi finti scoloriscano). Improbabile in ogni scena, dopo la metà finire la pellicola è stato solo dovere di cronaca, per vedere fino a che punto si può arrivare con un così bell'incipit. E vi assicuro che si arriva parecchio giù.
L'unica nota di merito la segna John Goodman in un'insolita, buffa e cruda caratterizzazione, ma per non sbagliare viene naturalmente inserito in modo talmente pretestuoso da risultare un mezzo McGuffin, non ci azzeccherebbe nulla se non per giustificare un altro paio di scene con armi armi ed armi. La sagra del proiettile, che nemmeno in Matrix ho visto tanti bozzoli.
Da evitare come la peste, quella nera.
venerdì 2 maggio 2008
Dorm Daze (2003) di David Hillenbrand e Scott Hillenbrand
A volte è bello anche pescare dei titoli a caso, magari solo perchè una singola recensione ti fa l'impressione giusta. E così mi sono ritrovato a vedere questo Dorm Daze, e ha meritato anche una recensione!Poteva essere la solita boiata sulla scia di American Pie, una noia mortale da un'ora e mezza, invece i registi hanno avuto un'idea geniale: rispolverare il mai dimenticato stile teatrale della farsa e camuffarlo da teen movie. E parlo di ispirazione alta, shakespeariana direi, niente di meno, dato che ci sono gli stessi strumenti e le stesse dinamiche, che a loro volta non tradiscono le classiche radici greco-romane, a partire dal continuo ausilio dello scambio di identità come motore narrativo.
Il risultato è tanto anomalo quanto vincente, con una pellicola che non ho dubbi lascerà perplesso l'utente medio del genere (non che tale campione statistico meriti poi molto), ma che può dare soddisfazioni una volta abbandonati i pregiudizi. Non si può che ammirare il ritmo indiavolato, gli incastri assurdi ma precisi, i personaggi sopra le righe e i colpi di scena continui che dal primo minuto animano una storia senza capo nè coda, ma assolutamente godibile. E' tutto così millimetrico che non si può che ridere di gusto per i continui equivoci, fraintendimenti e guai, che funzionano bene ora come secoli fa, e si chiude un occhio di fronte a qualche personaggio meno lolloso, soprattutto se serve a introdurre scene ancora più al limite. E infatti almeno un paio di trovate sono geniali, e la sorpresa finale è talmente inaspettata da sembrare più appropriata ad un thriller che ad una commedia!
Dategli una possibilità, senza pregiudizi, e fatemi sapere.
mercoledì 30 aprile 2008
[Fiction] Dexter: Season one
Ho finito di vedere la prima season. E che spettacolo! Non perde un colpo, ogni puntata è riuscita ad entusiasmarmi senza distinzione. Il protagonista assolutamente perfetto, sempre in equilibrio tra il bene e il male, riesce a dipingere un personaggio fuori dalle righe come pochi altri della fiction moderna. Comprimari di gran classe, in primis la sorella, che messa in un altro contesto avrebbe rubato ogni scena. Ma ci sono anche i colleghi di Dexter, ognuno con la sua personalità ben definita e ai quali non si può non affezionarsi (Batista numero uno!).Promosso su tutta la linea, passiamo alla seconda stagione, così mi gusto anche il doppiaggio originale, anche se devo dire che questa volta il lavoro fatto e' stato ottimo sia nella caratterizzazione che nel tono generale (a differenza di Heroes, che fraintende completamente in più di un'occasione).
domenica 27 aprile 2008
Walk Hard: The Dewey Cox Story (2007) di Jake Kasdan
Dimenticate per un momento Will Ferrel. Dimenticate le commedie volgari e sboccate solo per il gusto di esserlo. Dimenticate che il signor Apatow ha firmato Knocked Up (Molto incinta da noi, sigh). Dimenticate i noiosi film sui musicisti. E lasciatevi divertire da un John C. Reilly assolutamente FAN-TA-STI-CO, che nelle due ore di questa commedia/parodia riesce nella difficile impresa di essere migliore del materiale d'origine. Nella caratterizzazione del fittizio Dewey Cox troviamo ogni star mai portata sul grande schermo, da Jim Morrison a Ray Charles, da Elvis Presley a Johnny Cash, fino a tantissimi altri che vengono ricordati nelle loro note più memorabili (David Bowie, i Queen, Bob Dylan!).Non c'è nessuna pretesa o tono di superiorità nel raccontare la sua storia, ed incredibilmente questa pellicola riesce ad essere IL Film sulla musica e i suoi protagonisti, forse perchè l'ironia è lo strumento migliore per riuscire ad inquadrare personalità così estreme ed estrarre dalle loro espressioni più famose un quadro d'insieme dell'artista come persona. Ed alla fine si fa fatica a credere che questo talentuoso Dewey Cox non sia che una finzione, quando lo immagineremmo lassù, che ci osserva sorridendo, a fianco del Re.
Nota: mi sono visto la versione unrated in lingua originale. Ho dato un occhio a quella passata nelle (poche) sale nostrane, e devo dire che, oltre a notevoli tagli (oltre la mezz'ora), l'adattamento per forza di cose fa perdere molto, quindi suggerisco assolutamente questa opzione. La scena dei Temptations da sola vale lo sforzo.
Flight of the Living Dead: Outbreak on a Plane (2007) di Scott Thomas
Questo filmettino merita senza dubbio più di un'occhiata. A prima vista potrebbe essere scambiato per un clone di Snake on a plane, con zombie al posto dei serpenti, ma informandomi scopro che lo script è stato prodotto molto prima, solamente la produzione ha avuto tempi più lunghi, tanto che le richieste dei pezzi di 747 per realizzare le scene spesso venivano confuse dagli uffici delle ditte specializzate, che spesso si trovavano a rispondere con "Ah, voi siete quelli dell'altro film!".Ma mentre nell'altro abbiamo un'idea brillante (aereo! serpenti!) che porta avanti tutta la pellicola ma perde un po' di brio e si salva solamente per la carismatica presenza di Samuel L. Jackson, qui ci troviamo con un omaggio tout court alle pellicole post Romero che hanno scritto la storia del genere (con il maestro Fulci in testa). Ed è un omaggio fatto con grande mestiere, tant'è che la storia fila liscia dall'inizio alla fine, evitando l'errore comune di trasformarsi in squallida copia, ma anzi permettendosi in almeno due occasioni delle simpatiche riflessioni sul meccanismo dei film de paura: la scena del bagno, con tutta l'attenzione incentrata sulla tazza che sembra nascondere il prossimo pericolo ma con un ribaltamento a sorpresa, è da manuale nell'uso della camera e dei tempi, mentre quella dell'anziana zombie che sembra aver compromesso uno dei nostri eroi con un morso mi ha fatto morire ("She's gumming me to death!").
Come dimenticare poi il microcosmo che popola l'aereo, fatto certamente di stereotipi (la fidanzata traditrice, il delinquente scortato dall'agente federale, il vecchio cinese, il comandante all'ultimo volo prima della pensione, la suora!), ma tutti caratterizzati con il giusto tocco di classe e abbastanza credibilità da potercisi affezionare. E infatti la trama funziona, sfruttando l'ambiente chiuso nel migliore dei modi ed anzi superandone i limiti con delle trovate geniali, vedi il pavimento crollato che inghiotte le persone alla stregua della romeriana immagine dei morti viventi che si trascinano fuori dalle tombe. E sono particolari che rivelano la passione profusa nel progetto, che gli permette di lasciarsi alle spalle l'etichetta di film d'exploitation, superando senza dubbio l'altro in divertimento e coesione narrativa.
Chiudo con una nota di merito per la bellissima Kristen Kerr nel ruolo della hostess, che tira fuori una discreta interpretazione, conquistando fin dalla prima scena. Dopo la gavetta in varie fiction/produzioni minori (però appare brevemente anche in Inland Empire, interessante!) si dimostra pronta per ruoli più importanti.
domenica 20 aprile 2008
Juno (2007) di Jason Reitman
Film sottile questo Juno. Si fa piacere per tutti i motivi che non ti aspetteresti da una pellicola con tutto questo hype. Dispiace dirlo, ma a volte quello che precede l'uscita di un film a volte rischia di corromperne la visione. E questo vale per le polemiche (inutili e fuori luogo) quanto per le nomination, e l'oscar vinto in questo caso. Tutte queste cose assieme (e l'eventuale fauna da sala che avrebbe potuto aspettarmi al cinema) mi preoccupavano un po', ma visto che la versione originale, pronta da un pezzo, non riusciva a trovare posto nella mia programmazione, ho dovuto malavoglia optare per la nostra cara uscita doppiata.Fortunatamente posso lamentarmi solamente di questo, infatti l'adattamento mi è sembrato assai stridente nei toni (troppo positivi?), soprattutto nelle parti che rendono il film un gioiellino, cioè quelle in perfetto equilibrio tra il melodramma e la commedia, dove si vede la vera bravura della lodata Diablo Cody, sceneggiatrice ex stripper (con manie di protagonismo sembra, ma come darle torto!) che avrà sicuramente una grande carriera davanti a sè, vista l'abilità dimostrata in quest. Infatti se in Thank You for Smoking tutte le lodi erano per il giovane Reitman e la sua frizzante direzione, qua capisce tutto e si mette un po' da parte, lasciando il campo ad uno script praticamente inattaccabile, che correva il solo rischio di essere sovra recitato. Ed entra in gioco il secondo miracolo, questa Ellen Page che ai più sembra essere spuntata dal nulla, ma che senza modestia tenevo d'occhio da tempo, dopo aver visto lo sconvolgente ed inedito in Italia Hard Candy, che mi aveva portato all'attenzione in tempi non sospetti la sua cristallina bravura.
L'attrice poco più che diciannovenne riesce nella difficile impresa di portare in scena tutti i tic, i pensieri e le insicurezza di un adolescente, senza mai risultare didascalica né bidimensionale. La vediamo su quello schermo e pensiamo che è proprio Juno, una ragazzina che cerca di affrontare come meglio le riesce una situazione difficile in cui si è ficcata. Non ci sono sottotesti moralistici o parallelismi sottili, e' puro e semplice cinema che parla di persone e fatti, ed è forse il miglior cinema indipendente degli ultimi tempi, se così si può chiamare senza offendere nessuno.
Perché del cinema indipendente ha sì le origini, ma riesce a staccarsi dagli stereotipi ormai pesanti fatti di famiglie problematiche (quella di Juno e' una famiglia che, per quanto non perfetta, piace allo spettatore senza mai ammiccare), società ostile (nel film la società offre varie possibilità alla neo mamma, a patto che lei sappia accettare la propria situazione per prima) e finali strappalacrime (per quanto questo non sia neppure un happy ending hollywoodiano badate!).
Una boccata d'aria, alla faccia di chi è riuscito a strumentalizzarlo senza pudore.
Hot Rod (2007) di Akiva Schaffer
L'ho scelto per una serata senza troppe pretese, ma alla fine si e' rivelato molto piu' che una delle solite commedie copia di copia di copia. Anzi, nella sua semplicità mi ha divertito più di tanti altri titoli molto pubblicizzati, come 40 anni vergine.Il film segue le avventure di Rod Kimble, un auto proclamato stuntman, che punta al salto della vita, 15 bus di fila, per raccogliere soldi e salvare la vita al patrigno. La trama, per quanto divertente nel suo minimalismo, altro non è che un pretesto per riunire una sequela infinita di divertentissime gag che non sfigurerebbero al Saturday Night Live (dove infatti si e' formato il regista), e che grazie alla fantastica espressività del protagonista (ma anche ai bravissimi e sconosciuti comprimari) regge senza mai affanno tutta l'ora e mezza, per la curiosità di vedere fino a che punto arriva l'idiozia della storia. E non si resta delusi infatti: ci sono delle scene veramente memorabili, con frasi da classico istantaneo ("E' morto all'istante... il giorno dopo.") e sketch incredibili (come quello dell'animale spirito guida) che non mollano mai. Il tutto impreziosito da una perfetta ambientazione fine anni '80, che non manca di risvegliare qualche nostalgia, con i caratteristici colori, abiti ma soprattutto canzoni: ci sono gli Europe, e bisogna dire che calzano a pennello con l'epica sgangherata sempre presente, con dei tocchi di Morricone a rincarare la dose! Morricone+Europe avete letto bene!!! Ci vuole coraggio a mettere i biondi svedesi nella stessa frase col maestro Ennio, me ne rendo conto, e per questo mi tocca esagerare con gli esclamativi!
Per concludere non posso che consigliare questo piccolo film a cui non si può non voler bene, semplice e sincero, che ha come miglior qualità quella di riuscire a divertire senza mettere in piedi grandi ed elaborate scene madre, ma sorprende anche nel più breve scambio di battute, o con quell'espressione particolare da 2 secondi, ed è un traguardo di tutto rispetto per una commedia.
domenica 6 aprile 2008
The Nines (2007) di John August
Pensavo di aver visto il lavoro di sceneggiatore sviscerato in ogni suo dettaglio nel notevole Il ladro di orchidee, ma qui siamo un passo avanti, metacinema allo stato puro.John August, collaboratore fisso di Tim Burton (il mestiere si vede in ogni scena), se ne esce con il primo lungometraggio alla regia e parte con il botto. La trama e' una sorpresa dall'inizio alla fine, ma a grandi linee racconta in capitoli tre storie apparentemente separate ma la cui tematica unificante apparirà chiara solo nel finale. Mentre la prima parte e' girata in bilico fra commedia e thriller, utilizzando gli stilemi propri di molto cinema USA moderno ma con personalità, la seconda e' interamente ripresa dal punto di vista dell'operatore di camera in un reality che segue lo sceneggiatore di un serial in produzione (!!!!). A parole sembra complicato, ma su schermo viene resa benissimo la dicotomia tra il creatore (sceneggiatore) e il creato (serial), che a loro volta sono oggetto di un medium esterno, il reality, con notevoli implicazioni: per il creatore e' importante realizzare il serial, anche a costo di spiacevoli scelte che sono pero' positive per la realizzazione stessa dell'opera, mentre nell'ottica reality piu' le cose si complicano e precipitano tanto migliore e piu' godibile e' il prodotto. E non a caso il protagonista confessa di cominciare a confondere la realtà con suo script, sentendosi come osservato da sé stesso mentre vive la propria vita. Senza tralasciare il tema dell'identità, siamo di fronte a un trattato sull'essenza stessa della realtà e la sua percezione, con linguaggio cinematografico.
E quindi arriva la terza parte che, con stile da fiction televisiva (e qua ci ricolleghiamo alla stratificazione dei medium) stravolge e reinventa la storia in modo tanto inaspettato quanto soddisfacente, senza forzature e con il piacevole senso di circolarità delle migliori opere.
Non si dimentica facilmente la poliedrica interpretazione di Ryan Reynolds, che ora seguirò con piu' attenzione, e l'incredibile presenza di Melissa McCarthy, che illumina ogni scena col suo sorriso, mentre lascia senza fiato l'accompagnamento sonoro, soprattutto nella parte iniziale e quella conclusiva.
Ed ora cercate gli altri 9, dato che questo film lo e' di sicuro un bel 9.
Sublime (2007) di Tony Krantz
Strano film questo Sublime. Osservando il poster potrebbe sembrare il solito filmaccio sulla falsa riga dei torture-horror tanto di moda. Poi ci ficcano dentro pure una tetta vista da tre quarti (che -curiosamente- ho notato mancare dalla versione per certi mercati, e qui si capisce ancora meglio quello che sto per argomentare), segno che il reparto marketing ha svolto il suo compito di rubare qualche noleggio/acquisto a persone che poi resteranno chiaramente deluse da un DVD che non rispecchia cio' che e' sottinteso all'esterno. Fortunatamente evito di farmi sviare da simili trucchetti e quindi, seguendo impressioni positive pescate qua e la' nella navigazione quotidiana, mi sono accinto alla visione. E posso dire di non aver sprecato il mio tempo.Senza voler troppo spolierare, data la natura particolare della trama, mi limito a dire che viene raccontata la storia del protagonista George, il quale deve sottoporsi ad una operazione di routine in ospedale, ma non tutto va per il verso giusto...
La storia principale e' intervallata da una serie di flashback che aiutano pian piano ad entrare negli eventi ed inquadrare meglio certe scene all'apparenza insensate, non senza tenere sempre sbilanciato lo spettatore con situazioni surreali, che potrebbero infastidire i meno pazienti (vd. nota iniziale sul marketing). Quelli che non hanno fretta vengono invece ricompensati da un'organizzazione narrativa sì derivativa (quello a Jacob's Ladder e' piu' che un omaggio), ma anche interessante e minuziosa, con una risoluzione che, pur nel suo essere qualcosa di gia' visto, non manca di avere cuore e stile (onore al regista e al direttore della fotografia per le riprese geometriche ma mai pretestuose né da videoclip).
Non si puo' nascondere che certe metafore sociali a volte troppo tirate e l'immaginario religioso un po' calcato (nonche' una scena di sesso gratuita, anche se di nuovo vedo lo zampino della produzione) appesantiscano la struttura, ma non abbastanza da penalizzare l'opera, che con coraggio riesce a restare in equilibrio tra horror, thriller e dramma senza per questo perdere le caratteristiche migliori di ognuno dei tre generi. E alla fine restano maggiormente nella memoria gli interessanti e articolati rapporti fra i credibili personaggi che non le comunque presenti scene sanguinose... e pensare che quasi lo scambiavo per Hostel dalla copertina!
giovedì 3 aprile 2008
Land of the Blind (2006) di Robert Edwards
Coraggioso esempio di distopia che, con intelligenza e senza essere troppo scontato, racconta la storia di mille rivoluzioni fallite, usando abilmente episodi storici come ispirazione e lasciando il resto ad una sapiente regia che coinvolge fin dalla prima scena.Un Ralph Fiennes in grande forma regala una memorabile interpretazione, mentre Donald Sutherland nei panni del rivoluzionario intellettuale ruba la scena in ogni sua apparizione.
La narrazione acronologica ma mai eccessiva, un po' alla Memento (che ricorda anche per la fotografia particolarmente vivida e cruda) da' un ulteriore tocco di classe, e fa risaltare ancora di piu' le contraddizioni e i paradossi di un potere che sembra unicamente una forza in grado di corrompere ogni ideale o morale. E' una visione completamente pessimista e senza possibilita' di salvezza, che culmina nell'allucinato finale con il protagonista ormai alienato da ogni collegamento con la realta' che rinuncia anche alla propria identita', diventando un perfetto nessuno. Inquietante.
mercoledì 2 aprile 2008
Idiocracy (2006) di Mike Judge
Mike Judge, creatore di Beavis e Butthead, dopo il divertentissimo Office Space fa ancora centro con questo nuovo progetto. La storyboard e' tanto semplice quanto geniale: il governo seleziona statisticamente l'uomo medio e la donna media per un esperimento di ibernazione, ma per errore invece di essere risvegliati dopo un anno, si ritrovano 5 secoli nel futuro, in un continente americano completamente cambiato: infatti la popolazione, privata dei naturali predatori naturali, e' diventata talmente pigra e svogliata da perdere pian piano ogni traccia di intelligenza, fino a sfiorare l'idiozia.Quindi ogni abitante vive in funzione della televisione, incollato alla poltrona e cibandosi solamente di junk food; l'aqua e' stata bandita ed esiste solo un integratore azzurrino, Brawndo:l'ammazza sete, talmente pubblicizzato e spinto dalla multinazionale produttrice da venir usato anche per l'irrigazione dei campi, con conseguenti estinzione della vegetazione e trasformazione in deserto di ampie parti del territorio. Che dire poi di grattacieli che si appoggiano e sostengono l'uno sull'altro per una progettazione errata, o del fatto che Il presidente degli Stati Uniti d'America sia un enorme wrestler nero di nome Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho?
Sfruttando i paradossi di un personaggio che all'improvviso si ritrova ad essere la persona piu' intelligente del pianeta, assistiamo ad una nerissima analisi dei vizi e difetti di un popolo, quello americano, che non e' poi cosi' lontano da noi come puo' sembrare. E quando incontriamo la scena del parlamento, popolato solo da individui che gridano e si attaccano l'un l'altro mentre il presidente governa il tutto da un palco quasi fosse uno circo, oppure ci accorgiamo dell'onnipresente pubblicita' che invade ogni spazio sui vestiti di tutta la popolazione, e lo confrontiamo con tante cose che si vedono nei nostri tempi, viene da chiedersi se stiamo veramente diventando tutti piu' stupidi senza accorgercene. E forse c'e' un po' meno da ridere di quello che credevamo.
giovedì 27 marzo 2008
Martin (1977) di George A. Romero
Prima di Dawn of the Dead, Romero usci' con questo film abbastanza snobbato ai tempi, ma fortemente personale e importante nel suo percorso filmico. Con una troupe di appena 15 persone e un budget vicino allo zero, riesce a portare sullo schermo un'opera di assoluta dignita' e valore, che fa presagire i futuri blockbuster, e che presenta per la prima volta una collaborazione con il grande esperto di effetti speciali Tom Savini, sua spalla fissa nelle successive regie.Nato su pellicola in bianco e nero e poi montato a colori e con molte riduzioni nella versione che e' possibile ora vedere in DVD, racconta la storia di un ragazzo che si trasferisce a vivere da suo zio. Secondo la leggenda di famiglia, Martin e' portatore di una forma di vampirismo. Questa condizione lo spinge ad una incessante ricerca di sangue umano, che tenta di procurarsi con l'ingegno piu' che con la violenza, alla quale ricorre solo nei casi estremi. La sua fame e' differente da quella vista in altri film che trattano di vampiri, sembra maggiormente simile ad una condizione mentale che ad una malattia, anzi la vera marcia in piu' e' data dalla continua incertezza sulla vera origine di questo topos filmico, mai analizzato cosi' bene nelle sue implicazioni sociali e psicologiche.
Abbiamo Martin che affronta la dura convivenza famigliare derivante dal fanatismo religioso dello zio (a base di croci e acqua santa, che naturalmente non sortiscono gli effetti previsti); oppure lo osserviamo incuriositi diventare il giovane amante di una vicina di casa insoddisfatta della sua vita banale, il tutto mentre racconta per telefono ad un DJ della radio le sue incredibili storie, diventando quasi una leggenda metropolitana per gli ascolatori. Fa da sfondo un fatiscente sobborgo, pregno di malinconia e quasi simbolo di un sogno americano crollato e ormai solo lontana memoria.
Tutte queste vicende formano il giovane, schiacciato sempre di piu' tra il bisogno (psicologico o fisico?) di sangue e la necessita', dettata dalla societa', di conformismo, ma non gli fanno perdere la forza di continuare a portar avanti la sua vita, per quanto complicata sia. Non si riesce a trovarlo cattivo, sembra solo un ragazzo confuso che prova a superare l'adolescenza con meno danni possibili. Ed e' difficile non fare il tifo per lui, rovesciando il modello del diverso come mostro incomprensibile. Ma il dubbio che resta dopo la visione e' se Martin sia veramente cosi' diverso...
sabato 22 marzo 2008
Ratatouille (2007) di Brad Bird
E' bello riuscire a essere cosi' freschi, cosi' innovativi e cosi' divertenti, e pure emozionare. In un film di animazione. Ma non tutti possono riuscire a farsi comprare dalla Disney e avere ancora il coraggio (supportato dalla qualità assoluta) di mantenere la propria identità artistica senza nessun cedimento. E infatti non tutti si chiamano Pixar.E' incredibile, sulla carta questo progetto era il piu' rischioso affrontato finora. Non ci sono animali pucciosi, giocattoli antropomorfi o al limite macchine umanizzate, ma dei TOPI. Si, proprio dei fottuti topi, quei simpatici animaletti rinomati per le igieniche frequentazioni e le noie che creano alle abitazioni, e che spesso non fanno gridare di gioia il gentil sesso! E l'argomento principale del film, la cucina, a chi poteva interessare? Non ci si poteva credere. Ma fortunatamente questi artisti ci hanno creduto, e fino in fondo, tirando fuori forse la loro miglior opera. La trama che in altre mani sarebbe stata materiale per un misero direct-to-video qui diventa epitome di Cinema con la maiuscola. Ci sono alcuni sviluppi lasciati un po' per conto loro, ma la fluidita' della narrazione li fa diventare dei piccoli diamanti che impreziosiscono il piatto principale. E che piatto: riguardo la qualita' delle animazioni non serve neppure piu' parlare, ma che dire dell'uso assolutamente strepitoso dei movimenti di camera che fa impallidire qualsiasi produzione, a prescindere dal settore? O dei personaggi divertenti, mai macchiette ma anzi con sentimenti e piccoli tic che li rendono vivissimi? Senza dimenticare i topi, protagonisti assoluti di un microcosmo colorato e paragonabile per bellezza alla Parigi che ospita la storia. Una storia che conquista fin dalla prima scena (la citazione di Il buono il brutto il cattivo con il fermo immagine di Remy che scappa e' fantastica) e regge ogni minuto della pellicola, risolve tutto in anticipo, facendo scomparire i ritriti finali che tirano le somme quasi per dovere, e chiude deliziandoci con un siparietto imperniato sulla figura del critico, che riesce a commuoversi e riscoprire il piacere del cibo dopo una carriera dedita alle recensioni-stroncatura... Al che non si puo' che sorridere pensando a questi geni che hanno lottato per portare avanti la loro visione pura, in un mercato che vede questi film unicamente come trappole-acchiappa-soldi-senz'anima, nei quali basta inserire un contentino/parodia/canzone anni '80 stile "ehi, cioe' hai visto", che solo gli adulti possono cogliere per far gridare alla sottigliezza del nuovo capolavoro. Quindi ad ognuno il suo posto, e il posto per Ratatouille e' tra i film (non cartoni) di assoluta serie A.
sabato 1 marzo 2008
Non e' un paese per vecchi (2007) di Ethan Coen e Joel Coen
Un deserto infinito che fa da sfondo con la sua cruda sincerità alle storie di 3 uomini diversi tra loro, ma con molte piu' cose in comune di quelle che si possono notare dalla semplice sinossi del film.Sono 3 rappresentazioni, ognuna epica a modo suo, di un mondo in declino, forgiato nel duro west americano, quella frontiera vista in mille film ma sempre misteriosa pur nella sua quotidianità. Cio' che li anima è nascosto e sfuggente, ma la volontà che mettono in ogni azione e' pura e inattaccabile. Non degli eroi in nessuna accezione, ma determinati a portare avanti la loro individualità con implacabile determinazione. Per assurdo non sono molto lontani dalle figure orientali del samurai come rappresentazione del dovere assoluto, o meglio ancora speculari dei leggendari ronin senza padrone, pistole al posto di spade.
E poi c'e' tutto il resto:la trama semplice ma eseguita con precisione chirurgica, le location inquadrate con tagli geometrici che lasciano senza fiato, l'humor nero sempre pronto ad entrare in scena, i dialoghi da citazione istantanea, e i capelli di Bardem. La visione non puo' prescindere dalla scelta dell'acconciatura del killer, che caratterizza piu' di mille frasi un personaggio che resta sotto la pelle a lungo. Quasi quanto il rumore della pistola ad aria compressa. Chiudo ricordando l'altra perla: poche volte ho visto il nodo principale di un film svelarsi in modo cosi' sommesso, anticlimatico e spiazzante, quasi a ricordare come la vita vera abbia poco a che spartire con la pellicola.
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